Pagina:Una sfida al Polo.djvu/228

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222 capitolo xvii.

fiume doveva essersi gelata quasi tutta d’un colpo, forse durante la bufera dei giorni precedenti, senza lasciare il tempo alla formazione dei piccoli, eppure noiosissimi hummoh.

Il fragore che produceva l’automobile, lanciato ad una velocità di quarantacinque miglia all’ora, era impressionante. Un rombo continuo si propagava sotto quella volta interminabile, ripercuotendosi indefinitamente. Un urlo della sirena era sembrato lo scoppio d’una gigantesca mina.

Dik, ben stretto al volante, guidava con una grande sicurezza ed abilità. Pilota sul mare, era tale in terra con non meno bravura.

Per tre ore il treno divorò lo spazio, seguendo le larghe curve del corso d’acqua, senza aver incontrato anima viva, poi Dik bruscamente rallentò.

Avevano allora percorso circa cento cinquanta miglia.

— Vi sono degli ostacoli? — chiese prontamente il canadese.

L’ex-baleniere, invece di rispondere, arresto il motore e si mise in ascolto.

Quando i fragori cessarono dentro la galleria, i tre esploratori poterono udire distintamente uno strano concerto a base di muggiti cavernosi, che si ripercuoteva sotto le vôlte con intensità sonora.

— Si direbbe che dinanzi a noi vi sono dei bisonti!... — esclamò lo studente, il quale, per ogni buon caso, si era armato del suo fedele mauser.

— Dei bisonti qui!... Siete pazzo, Walter? Non siamo già nelle praterie del Far-West, — rispose il canadese.

— Eppure questi sono muggiti, — disse lo studente.

— Non lo nego. Che cosa dite voi, Dik?

— Che siamo vicini alla foce di questo corso d’acqua, — rispose l’ex-baleniere, rimettendo in moto la macchina.