Pagina:Una sfida al Polo.djvu/292

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286 capitolo xxii.


Lo stesso giorno, con un tempo relativamente calmo, si accampavano sulle rive settentrionali di quella vasta terra, di fronte allo stretto di Jones che era completamente gelato ed in vista dell’isoletta di Coburg.

L’indomani, dopo una notte tranquillissima, rischiarata da una magnifica aurora boreale, passavano sulla terra di Lincoln, terra appena esplorata lungo le coste e che si ignora ancora esattamente se sia una grande isola o se sia congiunta alla terra di Ellesmore.

Il ghiaccio era sempre buono e permetteva all’automobile di percorrere senza fatica i suoi cinquanta chilometri all’ora.

Qualche orso di quando in quando si mostrava, subito salutato da una scarica di mauser, e anche delle foche e delle morse apparivano in vicinanza delle coste, presso i buchi che avevano aperti nei banchi di ghiaccio per venire a respirare e godersi qualche pallido raggio di sole.

Il secondo giorno da che avevano lasciato il pak del golfo di Boothia, correvano già sulla terra di Ellesmore, una delle ultime esplorate dai navigatori americani ed europei in questi ultimi anni.

Le difficoltà però cominciavano a farsi sentire di miglio in miglio che l’automobile si avvicinava al Polo.

Dei vasti canali di quando in quando interrompevano la corsa, canali a mala pena gelati, quantunque il freddo si mantenesse sempre elevato, obbligando gli esploratori a fare dei lunghissimi giri.

Ora invece erano ammassi formidabili di vecchi ice-bergs, che la cortissima estate da tanti anni non aveva potuto sciogliere, che si presentavano dinanzi al treno senza mostrare alcun passaggio, il che obbligava gli esploratori a perdere delle lunghissime ore ed a sprecare molta benzina per cercare una salita abbastanza accessibile.