Pagina:Una sfida al Polo.djvu/306

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300 capitolo xxiv.


Una cosa aveva colpito gli esploratori: la improvvisa mitezza del clima.

Mentre più si avvicinavano al Grande Nord, la temperatura, invece di aumentare vertiginosamente, scemava di ora in ora.

Il sole splendeva magnifico, durante le quattro o cinque ore che rimaneva sull’orizzonte, poichè la lunga notte polare s’avvicinava a grandi passi; l’aria si manteneva sgombra di nebbie ed aveva una mollezza che contrastava stranamente coll’altezza dei paralleli, i quali ormai toccavano l’82°.

— Che esista realmente un mare libero intorno al Polo, come hanno affermato tanti navigatori, cominciando da Barentz? — si chiedeva continuamente il canadese. — Se questa temperatura continua a diminuire invece di aumentare, come sarebbe nel suo diritto, noi fra poco troveremo gli ultimi canali quasi sgombri dai ghiacci.

Fortunatamente ho portato con me un canotto di cauciu e mi spingerò da solo verso il Polo.

Ah!... Io non tornerò senza averlo veduto e senza avere spiegata lassù la bandiera della vecchia Francia. —

Alla sera il treno, dopo una traversata assai laboriosa, si arrestava sulle rive del Greely fiord. Erano allora appena le tre pomeridiane ed il sole era già tramontato.

Non essendovi nè luna, nè stelle, nè aurora boreale, i tre esploratori si accamparono poco lungi dal pak, non fidandosi di attraversarlo per paura che non fosse abbastanza solido per reggere il peso del treno.

La temperatura, che diventava sempre più dolce, li costringeva ormai a diffidare del ghiaccio marino.

Alle nove del mattino, quando un leggiero barlume di luce cominciava a mostrarsi verso levante, riprendevano la marcia a piccola velocità, girando il fiord il quale era formato da aspre colline non sempre accessibili, e verso le undici, al primo raggio