Pagina:Una sfida al Polo.djvu/308

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302 capitolo xxiv.

il canadese, il quale temeva che da un istante all’altro il pak cedesse sotto il peso del treno e li facesse scomparire nei baratri dell’oceano artico. — E noi, Walter, gonfiamo il canotto cauciu e teniamolo pronto.

Non è di grande portata, tuttavia potrà, in caso disperato, reggerci. —

L’automobile ormai non avanzava che con estrema lentezza, passando da un’isola all’altra, non senza che Dik, esperto conoscitore dei ghiacci, avesse prima provata la solidità dei campi di ghiaccio.

L’89° parallelo era stato già superato quando il treno, dopo d’aver attraversato un’isoletta di mediocre vastità, si trovò improvvisamente dinanzi ad una distesa d’acqua intensamente azzurra, ingombra solamente da enormi montagne di ghiaccio che il vento del nord faceva oscillare spaventosamente ed urtare le une contro le altre con rombi che impressionavano.

Un picco aguzzo, tutto coperto di ghiaccio, forse un antico vulcano, dai fianchi quasi inaccessibili, spiccava su quel mare libero che una superba aurora boreale, sprigionatasi in quel momento, tingeva d’un rosso vivissimo.

Il canadese mando un grido altissimo:

— Ecco uno dei due cardini del mondo!... Il Polo è là!... Dik, il canotto!...

— Il polo!... Quello è il polo!... — esclamò lo studente.

— Sì, Walter: domani a mezzodì io farò il punto, e vedrete che è proprio sul vertice di quel picco che s’incrociano tutti i meridiani del mondo.

— Possibile, signore?

— Che cosa credevate di trovare dunque voi al Polo? La luna forse, o tutti i vostri fulmini di Giove riuniti in fascio?

— Non lo so, signor Gastone, — rispose lo studente, che pareva sbalordito.