Pagina:Una sfida al Polo.djvu/52

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46 capitolo iv.

Il canadese si era raddrizzato, dilatando spaventosamente le pupille. Cercava, cercava nell’oscurità che si stendeva dinanzi a lui, implacabile, impenetrabile.

— Sarà stato il legname, — mormorò, dopo alcuni istanti d’angosciosa attesa. — Vi sono delle travi sul soffitto. —

Si terse colla sinistra la fronte, copertasi subito d’un freddo sudore, poi tornò a rannicchiarsi a lato del pianoforte.

Nell’abbassarsi però, la punta del coltello urtò sulla tastiera ed una nota ruppe bruscamente il profondo silenzio che regnava nella sala.

Quel suono, un do profondo, aveva fatto vibrare l’aria tenebrosa, ripercuotendosi lungamente sotto il soffitto e negli angoli della sala.

Il canadese ebbe un sussulto.

— Mi sono tradito, — mormorò.

Pronto come un lampo si gettò sul tappeto e scivolò silenziosamente verso il centro, almeno così credeva, della sala, poi si raddrizzò.

L’americano, avvertito da quel suono non ancora del tutto spento, doveva ormai essersi diretto verso l’istrumento, per sorprendere l’avversario e forse inchiodarlo, con una tremenda coltellata, sulla tastiera.

Passò un altro minuto, lungo quanto un secolo. Le ultime vibrazioni del do si erano a poco a poco affievolite ed un silenzio di tomba era piombato nuovamente sulla vasta sala.

Ad un tratto l’udito piuttosto acuto del canadese, raccolse un rumore indistinto. Pareva ora che un piede nudo strisciasse sul soffice tappeto ed ora che invece fosse una mano che strisciasse lungo una parete.

Si era bruscamente voltato, aguzzando invano gli sguardi.

Proprio in quel momento nella via sottostante si udirono delle voci umane miste a scoppi di risa.