Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/156

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142 timossena

120Ancor sul labbro deponeano il mèle.
Poi di Lino il sembiante e di Tamiri
All’arpa infranta e alle pupille spente
Raffigurava; e proseguia narrando
Vetustissime età, come di Tracia
125Scesi i primi cantori all’Elicona
Venner raminghi, ed al virgineo coro
Il laureto sacraro e le fontane
Ignote ancora. «Di qua mosse il canto
Che simile, dicea, d’eolia lira
130A lontano concento; o come quando
A poco a poco il mar s’increspa e bolle
Con crescente romor, pe’ continenti
D’Ellade immenso si diffuse, e l’inno
Omerico destò sull’altro lato
135Dell’Ellesponto.» Tal parlava; ed ecco
Al piegar della via l’antro di Apollo,
E coll’ellera al crin Bacco e Sileno
Barcollante nel marmo. All’antro appesi
Eran timpani e trombe; e sulla soglia
140Quinci Pindaro e quindi il coronato
Di asiatiche rose Anacreonte,
A cui sull’arpa con calati vanni
Dormiva una colomba. Immoto il guardo
L’ansia donzella vi tenea; ma l’alma
145Le vagava pel bosco. E già de’ lauri
Vedea fra l’ombre biancheggiar nell’alto
Il tempio delle Dee: già d’Aganippe