Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/29

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milton e galileo 15

Vibrava dell’indomita parola
325Lutero. Intorno a lui d’audaci prenci
E di popoli armati era un tumulto
Procelloso. Cantavano di Roma
Dissipato l’altar: del Quirinale
Sulle macerie la ripresa rete
330Nudo asciugava il Pescatore antico.
Che fu, garzon, che fu? Di tanti moti
Qual fin si vide? Dal profondo emerse
Roma immortale, che il discisso velo
Ricompone longanime, e la preda
335Con lenta pugna al predator ritoglie.
De’ Pontefici il fasto, o figlio, assali,
E l’immago di Dio scerner ricusi
Nel coronato Aronne. Il guardo hai breve,
Se dall’ombra scevrar non sai la luce
340E come il vulgo del parer ti pasci.
Visibil sir di non visibil regno,
Di Dio la possa e d’uom le colpe ei veste;
Tu nell’uman t’affisi. Ostro e corona
Venner co’ tempi e dileguar potranno
345Anco co’ tempi: per cangiar di foglie
Virtù la trïonfale arbor non perde,
Perchè profonde ha le radici in Dio.
Nè di soverchie pompe io ti diniego
Ingombrato talora il nostro rito;
350Ma se del tempio le dorate volte,
Le simboliche lampe e la diffusa