Pagina:Vivanti - Naja Tripudians, Firenze, Bemporad, 1921.djvu/35

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Naja Tripudians 31


avviluppava di pieghe armoniose tutto il corpo sottile, ella passava in quell’ora del crepuscolo, esile figura piena di poesia e di mistero.

Ella doveva pur essersi accorta di quel solitario europeo che, sdraiato nell’amaca, fumando, la guardava; poichè nel passare ella rallentava un poco il passo; indi, quasi con voluta civetteria, volgeva via il capo fasciato d’azzurro, come per meglio contemplare il mare....

Francis Harding la vide passare così tutte le sere; finalmente, una sera, la chiamò. Essa fuggì come una gazzella.

L’indomani quando il violento tramonto tropicale spennellava d’arancio e di viola il cielo, ella ripassò, e, come sempre, pur rallentando il passo quasi per farsi chiamare, volse il capo verso l’orizzonte non offrendo agli occhi del giovane che la sottile linea del capo, delle spalle, e delle esili anche. Ed egli con voce risoluta la richiamò.

Ella si fermò di botto e si volse a lui. Era distante forse venti passi, ritta sullo sfondo di quel cielo sfolgorante.

L’oriente rifletteva in una diffusa luce perlacea quel purpureo tramonto.