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legge; essa prescrive a ciascuno una professione. Nostro padre ce ne fornì l’esempio. Tu stessa mi disprezzeresti se io consumassi nell’ozio quanto la sua industria e la sua sapienza accumularono. Vado a Roma..» —

— «Oh, voglio venir con te!» —

— «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne morrebbe.» —

Il volto di Tirzah impallidì.

— «Ah sì, ma tu? è proprio necessario che tu vada? Anche qui in Gerusalemme puoi trovare tutto quanto è necessario per diventar commerciante, se è questo il tuo ideale.» —

— «Io non penso a questo. La legge non richiede che il figlio segua la professione del padre.» —

— «Che altro vuoi diventare?» —

— «Soldato!» — rispose egli con una certa fierezza.

— «Ma ti uccideranno!» —

— «Sia, se tale è la volontà di Dio. Ma, Tirzah, tutti i soldati non muoiono uccisi!» —

Essa gli gettò le braccia al collo come per trattenerlo:

— «Siamo tanto felici! Resta a casa, fratello!» —

— «La casa non rimarrà sempre così. Tu stessa la abbandonerai fra breve.» —

— «Mai!» —

Egli sorrise della violenza colla quale eran state pronunciate le sue parole.

— «Uno di questi giorni verrà un principe di Giuda o di qualche altra tribù a chiedere la mia Tirzah, e la porterà con sè, a illuminare col suo sorriso un’altra casa. Che sarà allora di me?» —

Essa rispose con un sorriso.

— «La guerra è un mestiere» — egli continuò. — «Per impararlo bene bisogna andare a scuola, e la migliore delle scuole è un accampamento romano.» —

— «Vuoi combattere per Roma?» — chiese Tirzah spaventata.

— «Anche tu, così giovane, lo temi? Tutto il mondo dunque la odia! Sì, mia Tirzah, voglio combattere per essa, purchè in compenso mi insegni un giorno come combattere contro di lei.» —

— «Quando partirai?» —

In quella si udirono i passi di Amrah che ritornava.

— «Sst!» — fece egli — «Non farle saper nulla.» —