Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/472

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quando constatò che, sebbene tutta quella gente non conoscesse una sillaba d’Ebraico, era colà convenuta con lo stesso scopo, cioè per la celebrazione della festa, un’idea quasi superstiziosa lo penetrò. Non potrebbe egli dopotutto aver frainteso il Nazareno? Non potrebbe darsi che colui coll’attendere pazientemente avesse abilmente dissimulato una tacita preparazione al compimento della grand’opera? — Ed infatti com’era di gran lunga più propizia quest’occasione, che non quella in cui i Galilei presso Gennezaret avevano voluto a viva forza incoronarlo! Colà il suffragio si limitava a poche migliaja, qui al suo appello risponderebbero milioni di voci. Continuando in quest’ordine di idee e passando da induzione ad induzione. Ben Hur esultò, pensando alla gloriosa prospettiva che si schiudeva ai suoi occhi, nel tempo istesso che s’accrebbe in lui la ammirazone per quell’uomo saturnino, che, sotto il manto d’infinita dolcezza e di meravigliosa abnegazione nascondeva l’accortezza d’un uomo di stato ed il genio d’un capitano.

Di tempo in tempo, uomini dal volto abbronzato ed ombreggiato da folta barba, venivano in cerca di lui, e lo trattenevano in secreti colloquii; alle domande della madre, egli rispondeva semplicemente: — «Sono amici miei di Galilea.» — Per loro mezzo egli era tenuto a giorno delle mosse del Nazareno e delle insidie dei suoi nemici Rabbini e Romani. Sapeva che la vita di quell’uomo straordinario correva pericolo, ma si rifiutava di credere che ci fosse alcuno abbastanza temerario per assalirlo proprio nel momento della sua massina popolarità, e si confortava pensando alla sicurezza che presentava il numero enorme dei suoi ammiratori. In cuor suo Ben Hur faceva sopratutto assegnamento sul potere miracoloso di Cristo, mentre non gli passò neppure pel capo l’idea che chi esercitava un tal potere pel bene altrui non l’avrebbe forse voluto esercitare in propria difesa.

Giova tener presente che questi incidenti avevano luogo fra il ventesimo giorno di Marzo, secondo il nostro calendario, ed il giorno venticinquesimo. Alla sera di quest’ultimo giorno, Ben Hur, non potendo più oltre frenare la propria impazienza, montò a cavallo e partì per la città promettendo di ritornare la stessa notte.

Il cavallo galoppò di buona lena. Le strade, i ridenti vigneti che le fiancheggiavano erano silenziosi, le case deserte, e spenti i fuochi presso le tende; perchè alla vigilia di Pasqua tutti si recavano in città, affollando le corti del