Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/507

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

501

Giunse la terza ora e ancora il popolo s’assiepava intorno al colle, attratto da una forza misteriosa. Ma era più tranquillo ora; solo ad intervalli si udiva nell’oscurità qualche grido. Avvicinandosi al Nazareno passavano in silenzio, e in silenzio lo fissavano negli occhi. Questo cambiamento s’era esteso anche alle guardie, che solo poco tempo prima avevano giuocato a sorte le vesti del crocifisso; soldati ed ufficiali stavano ora in un piccolo gruppo in disparte, vigili più di quell’uno condannato, che non di tutta la moltitudine; se un sospiro gli sfuggiva dalle labbra, se in un parossismo di dolore, moveva la testa, erano subito all’erta. Più meraviglioso di tutti era il mutato portamento del Primo Sacerdote e del suo seguito, i dottori che lo avevano assistito nel giudizio notturno ed erano stati i più zelanti persecutori della vittima. Quando cadde l’oscurità, cominciarono a smarrirsi d’animo. V’erano fra essi alcuni, profondamente versati in astronomia e famigliari coi fenomeni celesti in quei tempi così terribili alle masse; gran parte della loro scienza era ad essi discesa dai loro padri remoti, vissuti prima ancora della Cattività, e nel servizio del Tempio avevano avuto spesso occasione di applicarla. Questi, quando il sole cominciò a spegnersi e le montagne ed i colli si dileguarono alla vista, si raccolsero in gruppo intorno al Pontefice, discutendo sul fenomeno. — «La luna è piena,» — dicevano — «e questa non può essere un eclissi.» — Poi, non potendo nessuno rispondere alla domanda che tutti li agitava, non riuscendo nessuno a spiegare la crescente oscurità, nel secreto dei loro cuori cominciarono a connetterla col Nazareno, e un grande terrore li prese. Rannicchiati dietro ai soldati, intenti ad ogni movimento e spiando ogni parola del Nazareno, dicevano a bassa voce: — «Quell’uomo potrebbe essere il Messia, e allora...» —

Nel frattempo. Ben Hur, cui quel nuovo sentimento di pace non aveva abbandonato, pregava a che la fine si accelerasse. Egli comprendeva lo stato d’animo di Simonide, in cui la fede lottava col dubbio; vedeva la grande fronte corrugata nello sforzo del pensiero, lo vedeva gettare sguardi interrogativi al sole, come se cercasse la ragione di quelle tenebre. E neppure gli sfuggiva la sollecitudine con cui Ester lo guardava, cercando di soffocare i suoi timori per accondiscendere ai desideri del padre.

— «Non aver paura» — diceva Simonide a lei, — ma sta attenta con me. Tu potrai vivere due volte la durata della mia vita, ma tu non vedrai mai una meraviglia