Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/202

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176 pensieri (64-65)

aperta, correvo per quella piú speditamente. Per esempio, nell’amore la disperazione mi portava piú volte a desiderar vivamente di uccidermi: mi ci avrebbe portato senza dubbio da se, ed io sentivo che quel desiderio veniva dal cuore ed era nativo e mio proprio, non tolto in prestito, ma egualmente mi parea di sentire che quello mi sorgea cosí tosto perché dalla lettura recente del Werther sapevo che quel genere di amore ec. finiva cosí: insomma la disperazione mi portava là, ma, s’io fossi stato nuovo in queste cose, non mi sarebbe venuto in mente quel desiderio cosí presto, dovendolo io come inventare, laddove, non ostante ch’io fuggissi quanto mai si può dire ogni imitazione ec., me lo trovava già inventato.


*   A quel pensiero dell’Algarotti che è nel t. VIII delle sue opere, Cremona, Manini 1778-1784, p.96, si può aggiungere il καλοκἀγαθὸς dei greci ch’è la (65) parola corrispondente; dov’è notabile l’indole di quella gentilissima e amabilissima nazione, che un uomo onesto e probo (quantunque non fosse bello, giacché questo nome come il suo astratto καλοκἀγαθία, si usurpava per significare la sola perfetta probità e integrità in qualunque si trovasse) lo chiamava buono e bello; tanto facea conto della bellezza che non volea scompagnar l’elogio e l’indicazione della virtú da quella della beltà, e ciò costantemente e per proprietà di lingua in maniera che si dava questo titolo anche a chi fosse tutt’altro che bello. Popolo amante del bello e delicato e sensibile, conoscitore di quanto possa l’esterno e quello che cade sotto i sensi per ornare l’interno, e quanto sia sublime l’idea della bellezza che non dovrebbe mai essere scompagnata dalla virtú. Parimente si può aggiungere la parola corrispondente latina frugi, che viene a dire utile; dimostrante la qualità dell’antico popolo romano, dove un uomo tanto si stimava quanto giovava al comune, ed era obbligo