Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/214

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188 pensieri (76-77)

può cadere se non in un giovane di quella tale età, o almeno, esperienza.


*   L’incivilimento ha posto in uso le fatiche fine ec. che consumano e logorano ed estinguono le facoltà umane, come la memoria, la vista, le forze in genere ec., le quali non erano richieste dalla natura; e tolte quelle che le conservano e le accrescono, come quelle dell’agricoltore del cacciatore ec. e della vita primitiva, le quali erano volute dalla natura e rese necessarie alla detta vita.


*   Un corollario del pensiero posto qui sopra possono essere delle osservazioni sulla vita degli anacoreti senza disturbi e colla speranza quieta e non impaziente del paradiso.


*   L’espressione del dolore antico, per esempio nel Laocoonte, nel gruppo di Niobe, nelle descrizioni di Omero ec., doveva essere per necessità differente da quella del dolor moderno. Quello era un dolore senza medicina, come ne ha il nostro: non sopravvenivano le sventure agli antichi come necessariamente dovute alla nostra natura, ed anche come un nulla in questa misera vita, ma

 (77) come impedimenti e contrasti a quella felicità che agli antichi non pareva un sogno, come a noi pare (ed effettivamente non era tale per essi, [che] certamente speravano, mentre noi disperiamo, di poterla conseguire) come mali evitabili e non evitati. Perciò la vendetta del cielo, le ingiustizie degli uomini, i danni, le calamità, le malattie, le ingiurie della fortuna, pareano mali tutti propri di quello a cui sopravvenivano: in fatti il disgraziato al contrario di adesso solea per la superstizione che si mescolava ai sentimenti e alle opinioni naturali, esser creduto uno scellerato e in odio agli Dei, e destar piú l’odio che la compassione. Quindi il dolor loro era disperato, come suol essere in natura, e come ora nei barbari e nelle genti di cam-