Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/15

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2 pensieri (458-459)

sans être compatriotes, ils étoient tous Romains. (ch. VI, fine., p. 80, dove però egli parla sotto un altro rapporto) Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe piú cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu piú patria di nessuno, e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto (24 dicembre 1820).


*    Quanta parte abbia nell’uomo il timore piú della speranza si deduce anche da questo, che la stessa speranza è madre di timore, tanto che gli animi meno inclinati a temere e piú forti, sono resi timidi dalla speranza, massime s’ella è notabile. E l’uomo non può quasi sperare senza temere, e tanto piú quanto la speranza è maggiore. Chi spera teme e il disperato non teme nulla. Ma viceversa la speranza non  (459) deriva dal timore, benché chi teme speri sempre che il soggetto del suo timore non si verifichi. (26 dicembre 1820). Osservate che la passione direttamente opposta al timore, è la speranza. E nondimeno ella non può sussistere senza produrre il suo contrario.


*   Le Filippiche di Cicerone, contengono l’ultima voce romana, sono l’ultimo monumento della libertà antica, le ultime carte dov’ella sia difesa e predicata apertamente e senza sospetto ai contemporanei. D’allora in poi la libertà non fu piú l’oggetto di culto pubblico, né delle lodi, e insinuazioni degli scrittori (non solo romani, ma quasi, possiamo dire, di qualunque nazione, se non de’ francesi ultimamente. E infatti colla libertà romana spirò per sempre la libertà delle nazioni civilizzate). Quelli che vennero dopo, la celebrarono nel passato come un bene, la biasimarono