Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/176

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(746-747-748) pensieri 163

Grecia, se non fu l’inventrice delle sue lettere, scienze ed arti, le ricevé informi ed instabili e imperfette e indeterminate e, cosí ricevute, le formò, stabilí, perfezionò, determinò essa medesima e nel suo proprio seno e di sua propria mano ed ingegno, cosí che vennero la sua letteratura ed il suo sapere ad essere sue proprie ed opera si può dir sua; quindi non ebbe bisogno di ricorrere ad altre lingue per esprimere le sue cognizioni (se non se, come tutte le lingue, nei primordi e nelle primissime derivazioni delle sue radici, giacché nessuna lingua è nata coll’uomo, ma derivata l’una dall’altra piú o meno anticamente, finché si arriva ad una lingua assolutamente madre e primitiva, che nessuno conosce); non ebbe dico bisogno di queste, ma, formando le sue cognizioni, formò insieme la lingua e  (747) quindi pose sempre a frutto e coltivò il suo proprio fondo e trasse da se stessa tutto il tesoro della favella. Ma ai latini non accadde lo stesso. La loro letteratura, le loro arti, le loro scienze, vennero dalla Grecia e tutto in un tratto e belle e formate. Essi le ricevettero già ordinate, composte, determinate, provvedute intieramente del loro linguaggio, trattate da scrittori famosissimi: insomma i latini non ebbero e non fecero altra opera che traspiantare di netto le scienze, arti, lettere greche nel loro terreno. Quindi era ben naturale che quelle discipline ch’essi non avevano formate portassero seco anche un linguaggio non latino, perché dovunque le discipline si formano e ricevono ordine e corpo stabile e determinato, quivi se ne forma il linguaggio, e questo passa naturalmente alle altre nazioni insieme con esse discipline. Non avendole dunque i latini né create né formate, ma ricevute quasi per manus belle e fatte, neanche ne crearono né formarono,  (748) ma riceverono parimente il linguaggio. Lucrezio volendo trattar materie filosofiche, s’era lagnato della novità delle cose e della povertà della lingua, come potremmo far noi og-