Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/19

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6 pensieri (463-464-465)

forze; onde bisogna che ciascuno (464) contrasti agli altri quanto può e combatta per se fino all’ultimo e con tutto il potere: essendo necessario che la reazione sia proporzionata all’azione, se ne deve seguire l’effetto, cioè se vuoi vivere. E l’azione essendo eccessiva, dev’esserlo anche la reazione. E quanto l’una è maggiore, tanto l’altra dee crescere necessariamente. Come in una truppa di fiere affollate intorno a una preda, dove ciascuna è risoluta di non lasciare alle altre se non quanto sarà costretta; quella fiera che o restasse inattiva, o cedesse alle altre, o aspettasse che queste pensassero a lei, o finalmente non adoperasse tutte le sue forze; o resterebbe a digiuno, o perderebbe tanto, quanto meno forza avesse adoperata, o potuto adoperare. Tutto quello che si cede è perduto, posto il sistema dell’egoismo universale. Anche per altra parte questo egoismo cagiona l’egoismo individuale, cioè non solo per l’esempio, ma pel disinganno che cagiona in un uomo virtuoso, la trista esperienza della inutilità, anzi nocevolezza della virtú e de’ sacrifizi magnanimi; e per la misantropia che ispira il veder tutti occupati per se stessi e non curanti del vostro vantaggio, non grati ai vostri benefizi e pronti a danneggiarvi, o beneficati o no. (465) La qual cosa cambia il carattere delle persone e introduce, non solo materialmente, ma radicalmente, l’egoismo, anche negli animi piú ben fatti. Anzi principalmente in questi, perché l’egoismo non vi entra come passione bassa e vile, ma come alta e magnanima, cioé come passione di vendetta e odio de’ malvagi e degl’ingrati. Si nocentem innocentemque idem exitus maneat, acrioris viri esse, merito perire: diceva Ottone imperatore, appresso Tacito, Historia, lib. I, c. 21 (2 gennaio 1821). Vedi p. 607, fine.


*   Velleio II, 76, sect. 3: Adventus deinde in Italiam Antonii, praeparatusque (cioè apparatusque substantive)