Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/207

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194 pensieri (802-803)

posta negli occhi di tutti e nei propri loro, si sono sempre rivolti ad altro; e solamente i piccoli ingegni, de’ quali è propria la confidenza e temerità, sono entrati nell’arringo, spronati dalle lodi di quell’eccellente e dalla gola di quella celebrità, quasi fosse facile a conseguire, e misurando l’impresa non da se stessa e dalla sua difficoltà, ma dal loro desiderio di riuscirci e dal premio che era proposto al buon successo. Un’altra ragione, e fortissima, è, che quando il genere ha già avuto uno sommo, il genere non è piú nuovo; non vi si può piú essere originale, senza che è impossibile esser sommo. O se vi si potrebbe pur essere originale, v’è quella eterna difficoltà, che anche gl’ingegni sommi, vedendo una strada già fatta, in un modo o in un altro s’imbattono in quella, o confondono il genere con quella tale strada, quasi fosse l’unica a convenirgli, benché mille ve ne siano da poter fare e forse migliori assai. La stessa Grecia, in tanta copia di scrittori e poeti d’ogni genere  (803) e di buoni secoli letterati dopo Omero e, quel ch’è forse piú, in tanta distanza da lui, non ebbe mai piú nessun epico, se non dappoco, come Apollonio Rodio. E lo stesso Omero (se è vero che l’Odissea è posteriore all’Iliade, come dice Longino) non aggiunse niente alla sua fama, pubblicando l’Odissea. Sebbene, chiunque si fosse quest’Omero, io congetturo e credo che l’Iliade e l’Odissea non sieno di uno stesso autore, ma questa imitata dallo stile, dalla lingua, dal fare, e dall’argomento di quella, con quel languore e sovente noia che ognuno può vedere. La qual congettura io rimetto a quei critici che sono profondamente versati nelle antichità omeriche e di quei tempi antichissimi e conoscono intimamente i due poemi; purché, oltre a questo, siano anche persone di buon gusto e giudizio. Taccio de’ latini e degl’infelici loro tentativi di epopea dopo Virgilio, cosí prestante ed eminente in essa fra loro, come Cicerone nell’eloquenza. Sebbene