Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/216

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(817-818-819) pensieri 203

non con un intiero dubbio (che è tutt’uno, e ragionevolmente deve produrre in tutta la vita umana gli stessi effetti né piú né meno che la certezza), questa sola che mette il colmo alla disperata disperazione dell’infelice. La nostra sventura, il nostro fato ci fa miseri, ma non ci toglie, anzi ci lascia nelle mani il finir la miseria nostra quando ci piaccia. L’idea della religione ce lo vieta, e ce lo vieta inesorabilmente e irrimediabilmente; perché nata una volta quest’idea nella mente nostra, come  (818) accertarsi che sia falsa? e anche nel menomo dubbio come arrischiare l’infinito contro il finito? Non è mai paragonabile la sproporzione che è tra il dubbio e il certo con quella che è tra l’infinito e il finito, ancorché questo certo, e quello quanto si voglia dubbio. Cosí che, siccome l’infelicità per quanto sia grave nondimeno si misura principalmente dalla durata, essendo sempre piccola cosa quella che può durare, volendo, un momento solo, e di piú servendo infinitamente ad alleggerire qualunque male il saper di certo ch’è in nostra mano il sottrarcene ogni volta che ci piaccia; cosí possiamo dire che oggi, in ultima analisi, la cagione della infelicità dell’uomo misero ma non istupido né codardo è l’idea della religione, e che questa, se non è vera, è finalmente il piú gran male dell’uomo e il sommo danno che gli abbiano fatto le sue disgraziate ricerche e ragionamenti e meditazione o i suoi pregiudizi (19 marzo 1821).  (819)


*   Che cosa è barbarie in una lingua? Forse quello che si oppone all’uso corrente di essa? Dunque una lingua non imbarbarisce mai, perché, ogni volta ch’ella imbarbarisse, quella barbarie non potendo essere in altro che nell’uso corrente (altrimenti sarà barbarie parziale di questo o di quello e non della lingua), non sarebbe barbarie essendo conforme all’uso. Barbaro nella lingua non è dunque altro se non quello che si oppone all’indole sua primitiva: e chiunque