Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/274

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(911-912-913) pensieri 261



*    Analogo al pensiere precedente è questo che segue.  (912) È cosa osservata dai filosofi e da’ pubblicisti che la libertà vera e perfetta di un popolo non si può mantenere, anzi non può sussistere senza l’uso della schiavitú interna (cosí il Linguet, credo anche il Rousseau, Contrat social, liv. III, ch. 15. ed altri. Puoi vedere anche l’Essai sur l’indifférence en matière de Religion, ch. X, nel passo dove cita in nota il detto luogo di Rousseau insieme con due righe di questo autore). Dal che deducono che l’abolizione della libertà è derivata dall’abolizione della schiavitú, e che se non vi sono popoli liberi questo accade perché non vi sono piú schiavi. Cosa che strettamente presa, è falsa, perché la libertà s’é perduta per ben altre ragioni, che tutti sanno e che ha toccate in cento luoghi. Con molto maggior verità si potrebbe dire che l’abolizione della schiavitú è provenuta dall’abolizione della libertà; o vogliamo, che tutte due son provenute dalle stesse cause, ma però in maniera che questa ha preceduto quella e per ragione e per fatto.

La conseguenza, dico, è falsa: ma il principio della necessità della schiavitú ne’ popoli precisamente liberi è verissimo. Ecco in ristretto il fondamento e la sostanza di questa proposizione.

L’uomo nasce libero ed uguale agli altri, e tale egli è per natura e nella stato primitivo; non cosí nello  (913) stato di società. Perché in quello di natura ciascuno provvede a ciascuno de’ suoi bisogni e presta a se medesimo quegli ufficii che gli occorrono, ma nella società ch’é fatta pel ben comune o ella non sussiste se non di nome ed è al tutto inutile che gli uomini si trovano insieme, ovvero conviene ch’essi si prestino uffizi scambievoli, e provvedano mutuamente a’ loro bisogni. Ma ciascuno a ciascun bisogno degli altri non può provvedere, ovvero sarebbe cosa ridicola, e inutile, che io, per esempio, pensassi intieramente a te, tu intieramente a me, potendo nello