Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/279

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266 pensieri (918-919-920)

quinta dei militari (οἱ πολεμισταὶ), i quali non avevano che a far la guerra quando bisognava, pensando gli altri a fornirli di armi, mantenerli, pagarli tanto in tempo di guerra che di pace e prestar loro tutti quanti gli uffizi castrensi, come custodire i cavalli, condurre gli elefanti, nettare le armi, fornire e guidare i cocchi, sicché non restava loro che le pure funzioni guerriere; la sesta episcoporum sive inquisitorum (οι ἐπίσκοποι καλεόμενοι), specie d’ispettori di polizia, i quali non potevano  (919) riferir niente di falso, e nessun indiano fu incolpato mai di menzogna, οὐδέ τις Ἰνδῶν αἰτίην ἒσχε ψεύσασθαι (cap. XII, sect. 5. p. 574, fine); la settima, finalmente, οἱ ὑπὲρ τῶν κοινῶν βουλευὗμενοι ὁμοῦ τῷ βασιλεῖ, ἢ κατὰ πόλιας ὀσαι αὐτόνομοι, (liberae, interpres.), σὺν τῇσιν ἀρχῇσιν; casta per sapienza e giustizia (σοφίη καὶ δικαιότητι) sopra tutti prestante, dalla quale si sceglievano i magistrati, i regionum praesides (νομάρχαι), i prefetti (ὕπαρχοι), i quaestores (θησαυροφύλακες), i στρατοφύλακες (copiarum duces), ναύαρχοί τε, καὶ ταμίαι, καὶ τῶν κατὰ γεωργίην ἒργων ἐπιστάται (ib., cap. XII, sect. 6-7). Ecco dunque la ragione perché gl’indiani non usavano schiavitú. Perché, sebben liberi, non avevano l’uguaglianza.

Ma come dunque senza l’uguaglianza conservavano la libertà? Neppur questo l’osserva Arriano, ma la cagione si deduce da quello ch’egli immediatamente soggiunge: (ib., sect. 8-9) Γαμέειν δὲ ἐξ ἐτέρου γένεος, οὐ θέμις, οἷον τοῖσι γεωργοῖσιν ἐκ τοῦ δημιουργικοῦ, ἢ ἒμπαλιν• οὐδὲ δύο τέχνας ἐπιτηδεύειν τὸν αὐτὸν, οὐδὲ τοῦτο θέμις• οὐδὲ ἀμείβειν ἐξ ἑτέρου γένεος εἰς ἔτερον, οἷον γεωργικὸν ἐκ νομέως γένεσθαι ἢ νομέα ἐκ ψημιοργικοῦ. Μοῦνον οφίσιν ἀνεῖται, σοφιστὴν ἐκ παντὸς γένεος γενέσJαι• ὀτι οὐ μαλJακὰ τοῖσι σοφιστῇσιν εἰσὶ τὰ πρήγματα, ὰλλὰ πάντων ταλαιπωρότατα (non mollis vita, sed omnium laboriosissima, interpres).

Questa costituzione, che si vede ancora sussistere fra  (920) gl’indiani quanto alla distinzione in caste e al divieto di passare dall’una all’altra o per