Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/239

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(1547-1548) pensieri 225

soggetto a sentire l’accrescimento del male. Non v’è infermo cosí ragionevole e capace di conoscer da se di avere necessariamente a morir del suo male (come sarebbe un medico ec.), che al ricever l’avviso di dover morire non si turbi fuor di modo. Dunque sperava ancora di non morire. Questa osservazione è del Buffon. E come non v’è tanto gran male che non possa esser maggiore, cosí non v’è disperazione umana che non possa crescere. Dunqu’ella non è mai perfetta per grande ch’ella sia, dunque non esclude mai pienamente la speranza (22 agosto 1821).


*    Osservate quell’uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d’ogni illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credete voi ch’egli pensi? pensa che la sua morte sarà o compianta o ammirata o desterà spavento o farà conoscere il suo coraggio a’ parenti, agli amici, a’ conoscenti, a’ cittadini; che si discorrerà di lui, se non altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno almeno di un grado sul di lui  (1548) conto; che la sua morte farà detestare i suoi nemici, l’amante infedele ec. o li deluderà ec. ec. Credete voi ch’egli non tema? egli teme (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto. Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze e questi timori, piú o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in qualche modo. E s’egli è mai vissuto nella società ec., morendo anche nel deserto, e quivi anche di sua mano, spera (sia pur lontanissimamente) che la sua morte quando che sia verrà conosciuta ec. Vedi p. 1551. Tanto è lungi dal vero che la speranza o il desiderio possano mai abbandonare un essere che non esiste se non per amarsi e procurare il suo bene e se non quanto si ama (22 agosto 1821).