Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/288

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274 pensieri (1627-1628)

che noi abbiamo dell’estensione del possibile. Iddio ce gli ha voluti rivelare per assoggettar la nostra ragione ec. e ci ha rivelati questi soli fra gl’infiniti. Essi (come il mistero della Trinità, dell’Eucaristia) si oppongono fino al principio detto di contraddizione, che par l’ultimo principio del raziocinio. La distinzione fra superiore e contrario alla ragione è frivola. I detti misteri si oppongono dirittamente al nostro modo di concepire e ragionare. Ciò però non prova che sieno falsi, ma che il nostro detto modo non è vero se non relativamente, cioè dentro questo particolare ordine di cose (4 settembre 1821).


*    La mente umana è di una capacità immensa. Ella s’innalza fino a Dio, arriva in certo modo a conoscerlo, benché non possa determinarlo. Il senso ch’ella prova in questa contemplazione e considerazione non è propriamente il disperar di conoscere. Solamente ella conosce di non esser Dio, e ravvisa la diversità  (1628) dell’essenza ed esistenza fra Lui e se come fra se e le altre creature. Anzi ella si sente piú simile, piú capace d’immaginare e penetrare nel modo in cui Dio esiste che in quello delle altre creature. Queste espressioni non son temerarie. La religione insegna che l’uomo è uno specchio della Divinità, quasi unus ex nobis (4 settembre 1821).


*    La disperazione, in quanto è mancanza o piuttosto languore e insensibilità di speranza, è un piacere per se, e perché l’uomo, non sentendo la speranza, appena sente la vita, e la sua anima è abbandonata a una specie di torpore, benché il corpo possa essere in grande attività, e spesso in tal circostanza lo sia. Tutto ciò risulta dalla mia teoria del piacere (4 settembre 1821).


*    Forza dell’assuefazione generale. Le impressioni de’ sensi sono sempre vivissime ne’ fanciulli. L’uomo