Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/227

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(2395-2396-2397) pensieri 215

Aristippo, appresso Senofonte ᾽Απομνημονευμάτων βιβλ. γ᾽. κεφ. 8, § 7 (17 marzo 1822).


*    Nelle scritture de’ moderni puristi italiani, per esempio del Botta, per lo piú si vede chiaramente un moderno che scrive all’antica, e quindi non ha la grazia dello scrivere antico, non avendone lo spontaneo. Una delle due, o s’ha da parere un  (2396) antico che scriva all’antica, vale a dire che questo scrivere paia naturale dello scrittore e venuto da se; o s’ha da essere un moderno che scriva alla moderna: e volendo parere un moderno, non si dee volere scrivere altrimenti, se si vuol fuggire il contrasto ridicolo e l’affettazione; e molto meno volendo scriver cose moderne e pensieri di andamento moderno (cioè insomma propri dello scrittore, che mentre vive non sarà mai antico): le quali cose e i quali pensieri, da che mondo è mondo, in qualsivoglia nazione non si sono scritti né potuti scrivere in altra lingua che moderna (perché questa sola è loro connaturale e perciò sola dà il modo di bene e pienamente esprimerli) e non altrimenti che alla moderna (19 marzo, dí di S. Giuseppe, 1822).

Quando mai, se si potesse, dovressimo, quanto allo stile, parere antichi che pensassero alla moderna. Laddove nei nostri accade tutto il contrario.


*    Il p. Dan. Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla lingua è tutto a risalti e rilievi (22 marzo 1822).


*    Domandato se credesse che la morte d’alcuno fosse stata pianta da vero, affermò, portando per esempio quella di Bartolommeo Cacciavolpe, ch’era vissuto  (2397) di beni d’usufrutto e di pensioni (assegnamenti) a vita e morto pieno di debiti (25 marzo, dí dell’Annunziata, 1822).