Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/295

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(2511-2512-2513) pensieri 283

Ecco che la purità della favella è divenuta quasi sinonimo dell’eleganza della medesima: e questo con verità e con ragione, ma non per altro, se non perch’essa purità è divenuta pellegrina.

Cosí quelle voci e modi che una volta,  (2512) perché familiari alla nazione, non erano eleganti, anzi fuggite dagli scrittori di stil nobile ed elevato, o che tali pretendevano di essere, divengono già elegantissime e graziosissime, perché da una parte si riconoscono ancora facilmente per nazionali, e quindi sono intese subito da tutti, come per una certa memoria fresca, e non riescono affettate, dall’altra parte non sono piú correnti nell’uso quotidiano. E cosí anche le parole e maniere una volta trivialissime e plebee nella nazione aspirano all’onor di eleganti, e lo conseguiscono, come si potrebbe mostrare per mille esempi di voci e frasi individue.

Insomma, oggi, per esempio, fra noi, chi scrive con purità scrive elegante, perché chi scrive italiano in Italia scrive pellegrino, e chi scrive forestiero in Italia scrive volgare.

Dal che si deve abbatter l’errore di quelli che pretendono che v’abbia principii fissi ed eterni dell’eleganza. Vedi la p. 2521, sulla fine. Non v’ha principio fisso dell’eleganza, se non questo (o  (2513) altro simile) che non si dà eleganza senza pellegrino. Come non v’ha principio eterno del bello se non che il bello è convenienza. Ma come è mutabile l’idea della convenienza, cosí è variabile il pellegrino, e quindi è variabile l’eleganza reale, effettiva e concreta, benché l’eleganza astratta sia invariabile. Né purità né altra tal qualità delle parole o frasi, sono principii certi ed eterni dell’eleganza d’esse voci o frasi individue. Ineleganti una volta, divengono poi eleganti, e poi di nuovo ineleganti, secondo ch’esse sono o non sono pellegrine, giusta quelle tali condizioni del pellegrino, stabilite di sopra.