Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/212

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(3138-3139-3140) pensieri 205

voluto abbracciare, ma fu sopra tutte l’altre cose fuggito, come quello che dirittamente avrebbe esclusa quella unità d’interesse, di scopo e d’Eroe, che quei poeti e i Dottori de’ loro tempi e de’ nostri davano per primaria e supremamente indispensabile qualità del poema epico: la unità, dico, non quale è quella della Iliade, dalla quale pur furono tratte le regole, le norme e il tipo dell’epopea, ma quale i posteriori ingegni metafisicamente sottilizzando e troppo artisticamente e strettamente considerando la concepirono, determinarono e prescrissero. Ond’é che quantunque in ciascuno de’ nominati poemi epici v’abbiano molte sventure cantate, ed avendovi una parte vittoriosa e felice, v’abbia altresí necessariamente una parte soccombente e sfortunata, si guardarono però bene tutti i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto Omero; e di condurre il poema in modo che  (3139) all’ultimo la vittoria della parte avventurosa, benché sempre desiderata e allora applaudita dal lettore, fosse nel tempo medesimo cordialmente da lui pianta e lagrimata, destandosi cosí nel suo animo, sí pel corso del poema, sí massimamente nel fine, e durando in esso dopo la lettura quel vivo contrasto di passioni e di sentimenti, quella mescolanza di dolore e di gioia e d’altri similmente contrarii affetti che dà sommo risalto agli uni e agli altri, e ne moltiplica le forze, e cagiona nell’animo de’ lettori una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamento di passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma. Questi mirabili effetti li produsse divinamente la Iliade, costringendo gli uditori greci a piangere sulla morte e sui funerali di Ettore ucciso dalle armi de’ loro  (3140) maggiori, in guerra, per loro giusta e con giusta causa (cioè la vendetta di