Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/295

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288 pensieri (3275-3276-3277)

clivi all’ira; inclinati ed usi di motteggiare i presenti e gli assenti ancor piú che gli altri non sono; soverchiatori anzi che no, sia di parole, sia d’opere eziandio; - vedi p. 3282-3942, dall’altra parte, ancorché abbandonati da tutti, e forse da quelli stessi che avrebbero il piú sacro dovere di prenderne cura, ancorché sperimentati nella ingratitudine degli uomini, e fatti accorti per prova della niuna utilità e grazia, ed eziandio del danno, che spesso risulta dal far beneficio; ancorché pronti e perspicaci d’ingegno, e non ignari del mondo, e ben consapevoli quanto il costume degli uomini sia rimoto dal beneficare e dal compatire, e quanto altresí  (3276) le loro opinioni ne gli allontanino, e quanto gli uomini sieno generalmente indegni ch’altri ne prendano cura; con tutto ciò questi tali sono prontissimi a compatire, dispostissimi a sovvenire agli altrui mali, inclinatissimi a beneficare, a prestar l’opera loro a chi ne li richiede, ancorché indegno, a profferirla pure spontaneamente, sforzando l’altrui ripugnanza d’accettarla e conoscendo quella di ricercarla; apparecchiati senza riservo e senza cerimonie ai bisogni ed a procurare i vantaggi degli amici: ed in effetto sono quasi continuamente occupati per altrui piú che per se stessi; le piú volte in piccoli, ma pur faticosi, noiosi, difficili uffizi e servigi, la cui moltiplicità, se non altro, compensa la piccolezza di ciascuno; talora eziandio in cose grandi o notabili e che richieggono grandi o notabili cure, fatiche ed anche sacrifizi. E ciò facendo, né presso se stessi, né presso i beneficati, né presso gli altri attaccano un gran pregio ai loro servigi, né gran conto ne fanno, né se ne reputano di gran merito (quasi accecati e dissennati da Giove, come dice Omero di Glauco quand’egli scambiò le sue armi d’oro con quelle del Tidide ch’erano di rame): di piú poca o niuna gratitudine esigono, quasi ei fossero stati tenuti a beneficare,  (3277) o nulla avesse