Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/431

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424 pensieri (3498-3499)

versa, e non sappiamo in niun modo concepire di che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il fine dell’esistenza. Noi desideriamo di esser felici perocché esistiamo. Così chiunque vive. È chiaro adunque che noi desideriamo di esser felici, non comunque si voglia, ma felici, secondo il modo nel quale infatti esistiamo.1 È chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la sua propria felicità; ché desiderando quella di un’altra esistenza, ancorch’ella in questa s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una felicità non propria ma altrui,  (3499) ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa, ma altrui, il che è essenzialmente impossibile a qualsivoglia essere in qualsivoglia operazione o inclinazione o pensiero ec. Laonde la felicità che l’uomo desidera è necessariamente una felicità conveniente e propria al suo presente modo di esistere, e della quale sia capace la sua presente esistenza. Né egli può mai lasciar di desiderare questa felicità per niuna ragione, né per niuna ragione può mai desiderare altra felicità che questa. E non è piú possibile che l’uomo mortale desideri veramente la felicità de’ Beati, di quello che il cavallo la felicità dell’uomo, o la pianta quella dell’animale; di quel che l’animale erbivoro invidii al carnivoro o la

  1. L’uomo non desidera la felicità assolutamente, ma la felicità umana (cosí gli altri animali), né la felicità qualch’ella sia, ma una tale, benché non definibile, felicità. Ei la desidera somma e infinita, ma nel suo genere, non infinita in questo senso ch’ella comprenda la felicità del bue, della pianta, dell’Angelo e tutti i generi di felicità ad uno ad uno. Infinita è realmente la sola felicità di Dio. Quanto all’infinità, l’uomo desidera una felicità come la divina, ma quanto all’altre qualità ed al genere di essa felicità, l’uomo non potrebbe già veramente desiderare la felicità di Dio. L’uomo che invidia al suo simile un vestito, una vivanda, un palagio, non è propriamente mai tócco né da invidia né da desiderio dell’immensa e piena felicità di Dio, se non solo in quanto immensa, e piú in quanto piena e perfetta. Veggasi la p. 3509, massime in margine.