Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/62

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(2883-2884-2885) pensieri 55

perché il fine dell’uomo è il piacere; e quindi desiderare che tutta la sua vita fosse tale qual è per lui quel momento, e di piú desiderare di viver sempre, per sempre godere. Ma egli è certissimo che  (2884) nessun uomo ha concepito né formato mai questo desiderio nemmeno nel punto piú felice della sua vita, e nemmeno durante quel solo punto: egli è certissimo che non ha concepito né mai concepirà questo desiderio per un solo istante neppur l’uomo, qualunque sia, che fra tutti gli uomini ha provato o è per provare il massimo possibile piacere. E ciò perché nemmeno in quel punto niuno mai si trovò pienamente soddisfatto, né lasciò né sospese punto il desiderio, né anche la speranza di un maggiore ed assai maggior piacere. Con che egli non venne in quel punto a provare un vero e presente piacere. Bensí dopo passato quel tal punto l’uomo spesse volte desidera che tutta la sua vita fosse conforme a quel punto, ed esprime questo desiderio con se stesso e cogli altri di buona fede. Ma egli ha il torto, perché ottenendo il suo desiderio lascerebbe di approvarlo ec. (3 luglio 1823).


*    Quanta barbarie avesse introdotto anche nell’ortografia italiana durante il quattrocento l’eccessivo modellarla sulla latina, onde, se si fosse perseverato in  (2885) quella forma, anche noi scriveremmo diversissimamente da quel che pronunzieremmo, come si può credere che allora avvenisse, se pur la pedanteria di quei tempi, o piuttosto i pedanti (perché di tutti non è credibile), non pronunziavano come scrivevano; vedi alcuni esempi nelle Lezioni sulle doti di una cólta favella dell’Abate Colombo, Parma, 1820, lez. III, p. 69-70 e il Comento di Pico Mirandolano sopra la Canzone d’amore di Girolamo Benivieni con essa Canzone ec., Venezia, 1522, dove si scrive sempre ad per a avanti consonante, anche seguendo il d, come ad dir (st. 1 della canz., v.6, a carte 41): advenire ec. Durò questo pessimo uso anche nei principii del cinquecento. Nel citato libro