Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/331

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322 pensieri (4382-4383)

LVIII; - e il volumetto, A History of the text of the Iliad. Nota). chi non vede che sono dissimili in tutto fra loro, e che tendevano a mire diverse? Perciò nell’Iliade la realtà sta sempre immedesimata alla grandezza ideale, sí che l’una può raramente scevrarsi dall’altra, né sai ben discernere quale delle due vi predomini; e chi volesse disgiungerle, le annienterebbe. Bensí nell’Odissea la natura reale fu ritratta dalla vita domestica e giornaliera degli uomini, e la descrizione piace per l’esattezza; mentre gli incanti di Circe, e i buoi del Sole, e i Ciclopi,


Cetera, quae vacuas tenuissent carmine mentes,


compiacciono all’amore delle meraviglie: ma l’incredibile vi sta da sè; e il vero da sé (19 settembre 1828).


*    Ivi, § 201. Ma quale si fosse il tenore della lingua e della verseggiatura di Dante, non è da trovarlo in codice veruno; e in ciò la Volgata con la dottrina e la pratica dell’Accademia predomina sempre in qualunque edizione ed emendazione. Avvedendosi «Che per difetto comune di quell’età» - e chi mai non se ne avvedrebbe quand’è piú o meno difetto delle altre? - «l’ortografia era dura, manchevole, soverchia, confusa, varia, incostante, e finalmente senza molta ragione» (Salviati, Avvertimenti, vol. I, lib.3. cap. 4. Nota) - anzi  (4383) vedendola migliore di poco nel miracoloso fra’ testi del Decamerone ricopiato dal Mannelli (Discorso sul Testo del Decamerone, p. XI. seg. p. CVI. Nota) - parve agli Accademici di recare tutte le regole in una, ed è: - «che la scrittura segua la pronunzia, e che da essa non s’allontani un minimo che» (Prefazione al Vocabolario, sez. VIII. Nota). Guardando ora agli avanzi della Volgata Omerica di Aristarco, parrebbe che gli Accademici de’ Tolomei fossero di poco piú savii, o meno boriosi de’ nostri. La prosodia d’Omero, per l’amore di tutte le