Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/363

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354 pensieri (4419-4420)

modo individuale di pensare e di poetare, nel tuono ardito e sicuro, nella stessa fermezza e forza d’opinion religiosa e superstiziosa del Varano (1o dicembre, 1828, Recanati).  (4420)


*   Memorie della mia vita. - Andato a Roma, la necessità di conviver cogli uomini, di versarmi al di fuori, di agire, di vivere esternamente, mi rese stupido, inetto, morto internamente. Divenni affatto privo e incapace di azione e di vita interna, senza perciò divenir piú atto all’esterna. Io era allora incapace di conciliar l’una vita coll’altra; tanto incapace, che io giudicava questa riunione impossibile, e mi credeva che gli altri uomini, i quali io vedeva atti a vivere esternamente, non provassero piú vita interna di quella ch’io provava allora, e che i piú non l’avessero mai conosciuta. La sola esperienza propria ha potuto poi disingannarmi su questo articolo. Ma quello stato fu forse il piú penoso e il piú mortificante che io abbia passato nella mia vita; perch’io, divenuto cosí inetto all’interno come all’esterno, perdetti quasi affatto ogni opinione di me medesimo, ed ogni speranza di riuscita nel mondo e di far frutto alcuno nella mia vita (1 dicembre 1828).


*    Il giovane, per la stessa veemenza del desiderio che ne sente è inabile a figurare nella società. Non diviene abile se non dopo sedato e pressoché spento il desiderio, e il rimovimento di quest’ostacolo ha non piccola parte nell’acquisto di tale abilità. Cosí la natura delle cose porta che i successi sociali, anche i piú frivoli, sieno impossibili ad ottenere quando essi cagionerebbero un piacere ineffabile; non si ottengano se non quando il piacere che danno è scarso o nessuno. Ciò si verifica esattamente: perché se anco una persona arriva ad ottener de’ successi nella prima gioventú, non vi arriva se non perché il