Istorie dello Stato di Urbino/Libro Primo/Capitolo Secondo

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comparir loro in ispecie visibile, come Cicerone racconta nel 2. lib. delle Divin. e singolarmente quando sotto Tagete in figura di bellissimo fanciullo, tra le glebe del la terra ne i Tarquinesi campi dall'Aratore Tirtinio à piedi dè buoi, laciossi trovare, di dove uscito, & in luogo eminente asceso, per esser da tutti veduto, & ascoltato, non che Tirtineo, i Pastori, e Bifolchi vicini ingannando, gl'indusse con meraviglia ad ascoltar la dottrina, che insegnava de gli Augurij, e dell'indovinar per quelli: ma fin da gli ultimi confini della Provincia ogni popoli indusse ad impararla, e ciò da tutto il mondo favore del Cielo singolarissimo riputato essendo, solo à Toscani per loro buona sorte concesso, non volle Ovidio con silentio passarlo; onde nell'ultimo delle sue Metamorfosi raccontandolo così ne scrisse.
At nymphas tetigit nova res, e Amazon natus
Haud aliter stupuit, quam cum Tyrtinus arator
Fatalem glebam motis aspexit in arvis
Sponte sua primum, nulloque agitante moveri
Sumere mox hominis, terræquæ amittere formam,
Oraque benturis aperire recentia factis
Indignæ dixere Tagen, qui primus Hetruscam
Edocuit gentem casus aperire futuros.

Non meno per questo, che per altri simili peccati, vennero i Toscani da Dio acerbamente puniti; peròche da i Galli Celti, che dell'ira Divina contro essi furono la sferza, con molta strage del sangue loro, da quella felice Contrada vennero cacciati, come più à lungo ne gli altri discorsi seguenti spiegherassi.

CAPITOLO SECONDO.

Come i Galli Celti passarono in Italia, debellarono i Toscani, & edificarono Milano.


Scrissero gli antichi Istorici, e Tito Livio in particolare nel quinto Libro della prima Deca, che nell'Anno vigesimoprimo del Regno di Tarquino Prisco, che fu dell'edificatione di Roma il centesimo cinquantesimo settimo, del Mondo, secondo il più vero computo, quattromilla sei cento, e quattro; & avanti al parto della Vergine cinquecentonovantacinque, Ambigato glorioso Rè de gli Celti, che habitarono quella parte di Gallia, che tra i due famosi Fiumi si contiene, cioè, la Sena, e' l Loiri,

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con tanta felicità regnò, che vidde il suo Popolo così aumentato, che le ampie campagne del suo gran Regno non rendevansi a poterlo alimentare bastevoli. Onde volendo egli à i bisogni de gli suoi sudditi provedere; essendo ottimo Prencipe, & perciochè quelli non men che figli, teneramente amasse, fece di tutta la gioventù al suo Dominio soggetta, una generale risegna: e fatta scielta de' più robusti, e de' più atti al maneggio dell'armi, due numerosi esserciti ne formò, di cui uno consegnò à Belloveso, e l'altro à Sigoveso, amendue di una sua sorella figliuoli. E fatti secondo la consuetudine di quei tempi sacrificij alli Dei, e presi gli augurij sopra il camino da farsi per lo meglio, gittarono le sorti, dalle quali fù astretto Sigoveso di pigliar il più pericoloso della selva Ercina, verso l'Alemagna: e Belloveso al contrario verso gl'incogniti paesi de gli aspri monti Taurini, per discendere in Italia. Et essendosi già questi con il suo numerosissimo essercito posto in viaggio, in pochi giorni alle radici gionse de gli accennati Monti, di cui ben considerato havendo l'asprezza, e l'incredibile altura, che sembra passar le nubi, e confinar con il Cielo, restò di spavento, e di confusione ripieno, istimando impossibile affatto di potere si scoscese, e smisurata Mole varcare, ivi con gli suoi si restrinse, e come assediato alcuni pochi giorni fermossi. E mentre andavano consultando ciò che dovean per commune scampo eleggere, avisati furono, come in quel medesimo tempo à lidi Marsiliensi erano gionte di fresco certe navi de Focesi, che dalla Grecia partiti, andavan cercando terreno per fermarvi la stanza. Et havendo ivi questo da paesani cercato, mà da quelli ributtati essendo, disperatamente alla partenza disponevansi, per tentare altrove sopra di ciò la sorte. Da compassionevole affetto in udire le miserie di quei poveri vagabondi mossi gli Celti, e misurando co' proprij loro, i travagli altrui, risolverono di pigliare la protettione loro; Che però tosto armati, de i medesimi alla difesa uscirono; & havendo raffrenato l'empito de' Paesani, di quel dilitioso terreno li posero in possesso, assicurandoli anco nell'avvenire, che illesi restarebbero da ogni hostile incontro. I felici eventi di questa gente, presi essendo da i Galli come prodigij della buona lor sorte, che in Italia incontrare dovevano, scacciato ogni timore da i petti, si risolsero di generosamente arrischiarsi a passaggio de i sopradetti monti, cosa non più (come asserisce Livio) per l'adietro da vivente alcuno tentata; e nel salire mostrando ciascheduno animo, e cuore, superata la difficoltà con la fortezza, felicemente riuscì loro l'impresa, e con gran giubilo, senza che pure in così aspro viaggio uno di essi mancato fosse, trovaronsi nella bramata Italia, e ne l'incontri primieri, scoprendo le delitie impensate, e l'amenità del Paese, con voci allegre, e con applausi lieti la salutarono, in quell'istesso modo, che dopò molti anni fece Marone, nel secondo delle Georgiche in questi versi.
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Salve cara Deo Tellus sanctissima, salve
Tellus tuta bonis, Tellus metuenda superbis
Tellus nobilibus multum generosior oris.

E più à dentro questi penetrando, in veder la morbidezza del terreno, l'ampiezza de' campi, l'abondanza dell'acque, la grossezza de' Fiumi, non meno, che nella Gallia, in tutto alla navigatione disposti, la limpidezza de' fonti, la salubrità dell'aria, la moltitudine infinita de gli animali domestici, e silvestri, volatili, e terrestri d'ogni sorte, la gran copia de pesci, di butiro, di miele, di frumento, di biade, e d'ogni cosa, che all'uso dell'humana vita si richiede restarono per meraviglia attoniti. Gustando poi la dolcezza de i frutti, particolarmente de i vini, che nella medesima, più in altra qualsivoglia parte del mondo, in grande abbondanza vi sono, in guisa di possederla s'accesero, e di fermarvi l'habitationi, che stimando sicurezza i pericoli, e riposo le militari fatiche, da moversi contro i popoli Toscani, che n'erano Signori, con tal violenza quelli, che schierati uscivano, per opporsi a i disegni loro, assalsero, che ne primi incontri scompigliato il loro essercito, dal Regno, e dal Mondo à lor mal grado cavaronli, e tutte in mano de i Vincitori le ricchezze restarono, che non solo essi, mà i lor Avi, e Maggiori per lungo giro d'anni, con sudori s'havevano per mantenimento proprio, e delle loro fameglie acquistato. Avenne questo gran conflitto de' Toscani, alle ripe del Fiume Tesino, in cui gli vincitori Galli, della vittoria erigendo i Trofei, fermarono anco gli alloggiamenti, i quali dopò la sconfitta de' nemici, havendo inteso dal residuo de' Toscani (che carcerati tenevano, per haver della Contrada notitia) come stava in quella vicinanza un grosso Villaggio, che da Paesani Subria si chiamava, ricordandosi che appresso gli Edui, ne i Celti un'altro di simil nome si ritrova, questo ancora tennero per augurio felice, e per indicio manifesto dello stabilimento del Regno Gallico, in quelle parti: Onde nel medesimo luogo vollero una nuova Città fondare, che Milano appellarono. E questo alcuni dicono, perche gli Aurelici di tal nome, una ne i Belgi n'havevano: ed altri attestano, che dal sito, in cui da essi fù fondata, che in mezo a i due celebri Fiumi giace, Tesino, & Adda, da i medesimi fosse cosi chiamata. Mà con più saldo fondamento asseriscono molti, che volendo Belloveso, conforme al conseglio dell'Oracolo, dar alla fondatione della nuova Città, principio, che di tutto il Regno doveva la Metropoli essere, incontrò per via una Scrofa, che da una vicina selva usciva, lasciossi trà certe ruvine vedere, dalla cui vista; essendo essa dalla parte anteriore nera di pelo, e dalla posteriore, qual neve bianca, prese de gli avvenimenti di detta Città felice congiettura; onde volle che da gli suoi ne fosse Mediolana chiamata. Di questo parere furono i più famosi scrittori, particolarmente Datio, che questa Istoria raccontando, cosi ne
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Sus grande imposuit nomen distincta potenti
Lanigeræ pellis iam pridem Mediolano
Tergeris in medio, cui saltus nocte patebant.

Il medesimo afferma Claudiano, introducendo la Dea Ciprigna alle nozze d'Onorio Imperatore, che celebrò in Milano, in questi seguenti versi.

Iam Ligurum terris spumantia pectora Isiton
Appulerant, lassosq. fretis extenderet orbis
Continuo sublime volans ad menia Gallus.
Condita lanigeræ suis ostentatia pellem
Pervenit adventu Veneris spissata recedunt
Nubila rarescunt, puris aquilonibus imbres.

Questa Città essendo alla dovuta perfettione tirata, riuscì la più vaga, la più magnifica, e la più nobile di tutte quante l'altre d'Italia, nella grandezza delle strutture non meno, e sontuosità de' Palagi, che de gli habitanti ne la nobiltà, e nel numero. La onde Belloveso, degnamente in essa collocò il suo seggio Regale, e lungamente con gli suoi più nobili Baroni habitolla. Mà perche à noi non importa quì altro di Milano sapere, finirò con questo il presente Discorso.


CAPITOLO TERZO.

Come Belloveso occupò tutta la pianura d'Italia dall'Alpi sino all'Esino, e la divise trà di suoi.


Ritrovandosi Belloveso nell'Insubria con i suoi numerosi eserciti, del tutto alla stabilità del novo Regno intento, salì apresso gli Occidentali, & apresso gli Settentrionali di Europa in tale stima, che a lui non meno dalla Gallia, che dall'Alemagna, infinito popolo, per essere nelle sue militie arrollato, & per servirlo nelle guerre con fede valorosa correva: Onde avvenne, che non essendo l'Insubria da quei confini all'acquisto di paesi nuovi, e scorrendo trà l'Apennino, e l'Adriatico, sino all'Esino, di tutta la Regione senza contrasto s'impadronirono subito, cacciandone i Toscani, alla quale in segno della libera loro padronanza, imposero della Gallia, di dove erano venuti, il nome, con la giunta di Cesalpina, à differenza di quella, che situata di là da' Monti Transalpina s'appella. Belloveso come Prencipe, & Arbitro
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