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ventesimo quarto anno del mio soggiorno nell’isola ebbi uno stranissimo scontro con essi, che descriverò a suo luogo.

Grande fu, già lo dissi, l’agitazione della mia mente durante quei quindici o sedici mesi: dormiva inquieto; facea sempre orridi sogni, dai quali spesse volte mi destava d’improvviso, e preso da brividi d’atterrimento; nè più tranquilla era la mia mente durante il giorno. Quante volte io sognava di uccider selvaggi, quante volte anche dormendo ragionava su la giustizia di ucciderli! Ma qui mi è d’uopo fare una digressione.


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Naufragio d’un vascello.



Correva il giorno 16 maggio, almeno a quanto additava il mio povero calendario di legno, su cui non tralasciava niun giorno di fare i miei segni; correa, dissi, questo giorno, quando sollevossi un fiero temporale che accompagnato da tuoni e lampi durò tutta quella giornata, cui successe una notte parimente tempestosissima. Stava leggendo la mia Bibbia, nè mi ricordo a qual punto di essa mi sorgessero gravissimi pensieri su la presente mia condizione, quando mi sorprese un fragore di cannone sparato, come non ne dubitai, da gente che stava sul mare. Fu questa veramente una sorpresa di una natura affatto diversa da quante me n’erano occorse fin qui, e tale che diede un corso del tutto nuovo ai miei pensieri.

Saltato su in tutta la possibile fretta, posi in un attimo la mia scala alla parte del monte dond’era solito salire e discendere, e trattala con me, fui su la vetta nel punto che una vampa di luce mi avviso d’un secondo sparo di cannone, il cui strepito in meno di un mezzo minuto secondo fu da me udito. Dalla direzione del rumore compresi tosto venir esso da quella parte di mare, ove fui con la mia piroga trascinato dalla corrente. Pensai subitamente dover questo essere il