Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/302

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ammirò l’arrosto quando fu ad assaggiarlo perchè, per esprimermi come gli solleticasse il palato, fece tanti gesti e discorsi alla sua maniera che non arrivai a capirne uno. Finalmente potei capirlo a discrezione, e ne fui soddisfattissimo. Quel che volea soprattutto farmi comprendere, era, che d’allora in poi la carne umana non gli avrebbe fatto gola menomamente.

Nel giorno appresso lo misi all’opera di tritare il grano e di vagliar la farina nel modo ch’io faceva, e che ho già spiegato dianzi. Nè egli fu tardo a comprendere quel che dovea fare, massimamente quando seppe a qual fine intendeva un tale lavoro: cioè a fare il pane; perchè dopo avergli additato il suo ufizio, mi lasciai vedere a fare e a cuocere il mio pane io medesimo. Non andò guari che Venerdì fu capace di far tutta questa bisogna da sè come avrei potuto farla io.

Ora considerai che, avendo due bocche da alimentare in vece di una, bisognava disporre un campo più vasto pel mio ricolto e seminare una maggior quantità di grano ch’io non solea. Sceltomi pertanto un più largo spazio di terreno, cominciai a munirlo di ripari come avea fatto con gli altri miei campi, alla qual opera Venerdì si prestò non solamente di buona voglia e con gagliardia, ma con sincerissima alacrità, poichè gliene ebbi dimostralo lo scopo: quello cioè di far nascere maggior copia di grano affinchè, avendolo ora meco, ci fosse abbastanza per far vivere lui e me. La qual ragione parve che egli intendesse benissimo, perchè mi diede a comprendere come, a quanto sembravagli, io avessi più brighe per lui che per me stesso, nè dover io mai pensare ad altro che ad insegnargli le cose da fare, affinchè egli si mettesse all’opera con alacrità sempre maggiore.

Fu questo il più lieto anno di tutta la vita da me trascorsa in quest’isola. Venerdì cominciava a parlare pressochè bene e ad intendere i nomi di quasi tutte le cose su cui m’accadeva parlargli, e di tutti i luoghi ove m’occorreva spedirlo. Trovava anzi tanto diletto nel farmi udire il suo cicaleccio, che finalmente principiai a sciogliere un poco ancor io la mia lingua divenutami tarda da vero per mancanza d’ogni occasione di parlare, se non era talora con me medesimo. Oltre al piacere di conversare, un altro diletto io trovai nell’indole di lui. La sua semplice nè menomamente simulata onestà, mi appariva più evidente ogni giorno, onde cominciai veramente ad amarlo, ed egli,