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gangheri ed altro che sembravami all’uopo di que’ miei sudditi, spesi più di dugento sterlini.

Aveva meco parimente un centinaio d’armi da fuoco manesche in archibusi e moschetti, oltre a più paia di pistole, ed una notabile quantità di munizioni per ogni calibro, da tre in quattro tonnellate di piombo e due cannoni di bronzo. Anzi, non sapendo per quanto tempo sarei rimasto o a quali estremità avrei dovuto provvedere, presi meco un centinaio di barili di polvere e armi da taglio e ferri di picche e alabarde: per finirla, avevamo un ampio magazzino di ogni genere di mercanzie. Di più feci che mio nipote mettesse nel cassero del vascello due cannoni oltre a quelli che gli bisognavano, per lasciarli colà se fosse mestieri. Io volea che, arrivati sul luogo, potessimo essere in grado di fabbricare un forte e munirlo contra ogni sorta di nemici. E da vero al mio primo comparire nell’isola, ebbi motivo di credere che di tutta questa roba non se ne fosse portata di troppo, e che ne sarebbe bisognato dell’altra, come si vedrà nel progresso di questa storia.

Non ebbi in questo viaggio la stessa mala sorte cui era avvezzo in addietro; onde avrò forse minori occasioni d’interrompere il lettore, ansioso probabilmente di udire come poi si fossero poste le cose nella mia colonia. Tuttavia al primo spiegare delle nostre vele si unirono tali sinistri casi e contrarietà di venti, che resero il nostro viaggio più lungo di quanto lo avrei immaginato da prima. Anzi, io che non aveva mai fatto altro viaggio, il cui successo corrispondesse ai disegni pe’ quali fu concepito, fuor del primo alla Guinea, cominciava già a credere che mi si apparecchiasse la solita mala sorte, e che il mio destino fosse: Non contentarmi mai alla terra ed essere sempre sfortunato sul mare.

I venti contrari che ci spinsero verso tramontana ne obbligarono a gettar l’àncora a Galway nell’Irlanda, ove gli stessi venti ci tennero imprigionati ventidue giorni. Nondimeno in mezzo alla disgrazia avemmo la soddisfazione che i viveri in quel paese fossero a bonissimo mercato e abbondanti; laonde in tutto l’intervallo di questa nostra dimora non solamente non toccammo mai le vettovaglie del vascello, ma le accrescemmo. Quivi comprai parecchi porcelli giovani e due vacche co’ loro vitelli, animali ch’io contava di lasciare, se riusciva ad una felice traversata, nella mia isola; ma accaddero altri casi per cui dovetti disporre di essi altrimenti.