Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/455

Da Wikisource.

robinson crusoe 399


la nostra corsa fino alla Virginia o ad altre spiagge dell’America: ma non vi fu bisogno di ciò.

Or que’ meschini si trovarono in un nuovo spavento, di mangiar troppo anche di quel poco che fa ad essi somministrato. L’aiutante in secondo, allora comandante di quel disgraziato vascello, avea condotti sei di sua gente nella scialuppa su cui venne a trovarci; ma que’ poveri sgraziati parevano veri scheletri, ed erano sì rifiniti, che non so come facessero a non lasciarsi portar via dai lor remi. Lo stesso aiutante aveva la trista cera di chi non ne può più dalla fame; che, com’egli diceva, non avea riserbato nulla per se a pregiudizio dei suoi piloti, e d’ogni morsello che fu mangiato avea fatto parte eguale con essi.

Per conseguenza nel tempo stesso ch’io gli porgea di che cibarsi, cosa che feci subilo, come potete ben credere, lo avvertiva d’andar guardingo nella stessa necessita di sfamarsi. Di fatto non avea mangiato tre bocconi che cominciò a sentirsi male e come a svenire; dovette quindi tralasciare per un poco, finchè il nostro chirurgo gli diede certa pozione atta a servirgli e di rimedio e di ristoro alla fame; dopo di che stette meglio. In questo mezzo non dimenticai gli uomini della scialuppa; ordinai vi si portassero nutrimenti che quelle povere affamatissime creature divoravano, più che mangiarli. Trasformatisi, può dirsi, in veri lupi, non erano padroni di sè medesimi; due anzi di questi mangiarono con tanta ingordigia, che nella mattina seguente v’era a temere per le loro vite.

La vista dell’angoscia di que’ miei simili mi commosse al massimo grado, tanto più che mi raffigurava il terribile quadro del mio primo arrivo nella mia isola, ove io non vedeva un tozzo di pane da mettermi alla bocca, nè la menoma speranza ragionevole di procacciarmene, oltre al timore che d’ora in ora incalzavami di divenire io stesso il pasto d’altri viventi.

Intantochè l’aiutante mi andava narrando la trista condizione dei suoi compagni lasciati nel vascello, io non potea levarmi di mente la storia di quelle tre povere creature derelitte che stavano nella stanza de’ forestieri: quella madre cioè, quel figlio, quella donna di servigio, de’ quali l’aiutante stesso non sapea nuove da due o tre giorni, e che, a sua confessione medesima, erano stati trascurati affatto, atteso lo stremo cui si trovavano ridotti eglino stessi e tutti coloro che avrebbero potuto prendersene pensiere. Da tutto quel