Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/785

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di andare a caccia per procurarci il cibo giornaliero; ma anche i poveri soldati, nostri compagni d’esilio, che non hanno come noi questo vantaggio, vivono nella stessa abbondanza in cui viviamo noi, perchè s’aiutano coll’andare a caccia pe’ boschi; le volpi e i zibellini presi in un mese li fanno vivere un intero anno; e poichè i meri bisogni della vita non sono si estesi, tutti ne siamo sufficientemente contenti. Voi vedete che è tolta di mezzo anche questa obbiezione.»

Non finirei più se volessi qui ripetere tutti i particolari di tale intertenimento con quell’uomo veramente grande. Fu questo un dei più gradevoli dialoghi ch’io abbia mai avuti in mia vita, durante il quale quel mio interlocutore diede sempre a vedere quanto la sua mente fosse inspirata da una eminente saggezza, quanto il suo disprezzo del mondo fosse reale e tal quale lo aveva espresso, e qual si mantenne sino all’ultimo, come apparirà da quanto io dovrò narrare fra poco.

Passai quivi otto mesi di un verno il più spietato, il più atroce, cred’io, di quanti se ne possano immaginare. Il freddo fu sì intenso ch’io non potea nemmeno guardar di fuori se non era imbacuccato entro pellicce e con una maschera di pelliccia al volto o piuttosto cappuccio che aveva tre buchi, uno perchè respirassi, due altri perchè ci vedessi. Per tre mesi, a quanto mi ricordo, la luce diurna o passava di poco le cinque ore, o sei ne erano la massima durata; pure la neve giacente immobile su la terra e il tempo serbatosi sereno fecero sì che non fossimo mai affatto nelle tenebre. I nostri cavalli venivano mantenuti, o piuttosto affamati, sotterra; e quanto ai servi, che dovemmo prendere a nolo qui per assistere a noi e alle bestie, ogni tanto avevamo che fare per liberare dal gelo le dita intormentite delle loro mani e de’ loro piedi; altrimenti sarebbero ad essi cadute.

Egli è vero che in casa ci mantenevamo ben caldi tenendo sempre chiuse tutte le porte fatte a bella posta strette, come pure a bella posta erano a doppio tutte le invetriate delle finestre. Il nostra cibo principale consisteva in carne di daino affumicata e apparecchiata a suo tempo, pesci seccati d’ogni sorta e alcuni pezzi di carne fresca di castrato e di bufalo che riusciva per noi uno squisito mangiare. Tutta la scorta delle provvigioni veniva preparata e ben condizionata nella state; la nostra bevanda era acqua corretta con l’aqua vitae