Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/820

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728 memorie biografiche


ferma con tanta tenerezza su tali soggetti che ne lascia poco a dubitare se non abbia creduto egli stesso qualche cosa di somigliante ad una immediata comunicazione tra gli abitanti del nostro mondo e quelli dell’altro che abiteremo per l’avvenire. Egli è soprattutto innamorato de’ segreti presentimenti, di certe impressioni misteriose, e presagi della buona fortuna e della disgrazia che abbiano bensì origine nella nostra mente, ma che tuttavia le vengano impressi da qualche cagione esterna, indipendente dal corso naturale delle nostre riflessioni. Forse gli atti stessi della sua vita si fondavano su queste supposte inspirazioni, perchè il seguente passo ha troppe coincidenze con la sua storia, ancorchè non pretendiamo giudicare se lo metta in bocca d’altri, o se voglia far capire sul serio che parla di sè medesimo; quanto a me, propenderei alla seconda di tali opinioni.

«Conosco uno il quale, essendosi fatta una regola di obbedir sempre a tal sorta di cenni taciti, mi dichiarò che, ogni qual volta si attenne a questa guida, non gli accadde mai di andar giù di strada. Si trovava egli nel singolare caso di essere caduto in disgrazia del governo e condotto ad un tempo dinanzi al tribunale regio, ove era stato portato il voto de’ giurati che, dichiarandolo in istato d’accusa, non gli avrebbe nemmeno lasciata libera la persona se non avesse trovati amici che si facessero mallevadori per lui. Correvano allora tempi assai ardui per la setta politica che da questo tapino si professava; onde sempre meno avea coraggio di affrontar la sentenza col comparire ad una chiamata del tribunale, e si teneva celato mettendo insieme il danaro che ci sarebbe voluto per non compromettere le sue sicurtà e compensarle d’ogni danno di borsa che avessero sofferto per cagion sua. Figuratevi se non si trovava in angustia! Vie d’uscir del regno non ne vedea; e ciò ancora lo avrebbe costretto ad abbandonare la famiglia, i figli e gli affari che aveva in Londra: sarebbe stato peggio per lui; non sapeva in somma che cappello mettersi. Tutti i suoi amici lo consigliavano a non darsi nelle mani della legge che, se bene la colpa imputatagli non fosse capitale, quanto male potea farsi ad un uomo glielo farebbero. Era ridotto a queste estremità, quando una mattina nello svegliarsi, ora in cui tutta la prospettiva delle sue sventure gli si tornava a presentare alla memoria, sentì scosse gagliardamente le fibre del suo cervello come da una voce che gli dicesse: Scrivete loro una lettera; questa sensazione fu in lui sì distinta che la dovè necessariamente, come ha confessato in appresso, credere venuta da una voce esterna; ma fin qui ammetteva la possibilità di non averla realmente udita.

Ciò non ostante, questa voce gli ripeteva le stesse parole a tutte l’ore del giorno, sinchè finalmente, passeggiando pensieroso e mesto per la sua stanza ove si teneva celato, la medesima voce tornò ad incalzarlo sì che rispose: A chi scrivere? e udì di rimbalzo la stessa voce che gli disse tosto: Scrivete ai giudici. E questo suono continuò ad inseguirlo per parecchi giorni, tanto che per finirla trasse a mano e penna e carta ed inchiostro, e si assise ad un tavolino. Qui poi non sapeva una parola di quello che avesse a scrivere; ma dabitur in hac hora, le parole non gli mancarono. La sua mente si sentì ad un tratto inspirata, e le parole gli correvano alla penna da sè, in tal modo che se ne compiaceva egli stesso e divenne pieno di speranze d’un buon successo.

La lettera riuscì sì robusta negli argomenti, sì patetica nella sua eloquenza, sì commovente e persuasiva che, appena il giudice l’ebbe letta, mandò a dirgli stesse pur di buon animo; si sarebbe fatto di tutto per mitigare la sua calamità, nè si sarebbe cessato dall’opera finchè il processo non fosse stato messo in tacere, ed egli, il