Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/821

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memorie biografiche 729


ricorrente, restituito alla libertà ed in seno di sua famiglia.» (Visione del mondo angelico di Robinson Crusoe).

Comunque la pensasse in realtà su questi mistici soggetti il de Foe, non v’ha dubbio che la sua fantasia fu vaga oltre ogni dire di stanziarsi sovr’essi; e, o fosse per gusto proprio, o giudicasse tal genere di lavori meglio fatto per conciliarsi un maggior numero di leggitori, una gran parte delle sue opere popolari si aggira su visitazioni soprannaturali. Così egli scrisse un saggio su la storia e la realtà delle apparizioni; o sia un ragguaglio di quello che sono e di quello che non sono; del donde vengano e del donde non vengano, del come si distinguano le apparizioni de’ buoni spiriti da quelle dei cattivi e del come dobbiamo comportarci rispetto ad esse. Questo Saggio su le apparizioni fu pubblicato in appresso come se ne fosse autore uno del cognome Morton. Nella stessa maniera; supponendone autore un Giovanni Beaumont scudiere, il de Foe scrisse: Un trattato su gli spiriti, le apparizioni, la negromanzia ed altre pratiche magiche, oltre ad un ragguaglio su i geni ed altri spiriti famigliari. In entrambe le predette opere i ragionamenti del de Foe (se pure è lecito chiamarli ragionamenti) apparterrebbero al sistema platonico del dottore Enrico More, ma non sono coerenti nè con questi nè con sè stessi. Ad ogni modo, gli esempi, o in altri termini le storie di magie e spettri onde ci ha presentati l’autore sono ben narrati o, per parlare più giusto, bene architettati, e sempre con quell’aria di verace buona fede che niuno seppe mai sostenere costantemente com’egli fece. A tal classe di opere vuol essere aggiunta la Vita di Duncano maliardo e dicitore della buona ventura: un mariuolo che si dava per sordo e muto, e pretendea di far conoscere l’avvenire ai suoi neofiti. La rinomanza di costui fu sì grande a que’ tempi che il de Foe pensò gli avrebbe fruttato maggiore spaccio il titolo del libro che il libro stesso, cui ne aggiunse indi un altro intitolato la Spia del maliardo; perchè costretto dalle sue circostanze a pescar fuori quegli argomenti che fossero nel momento più popolari, il de Foe li prescegliea del genere di quelli che aveano meglio conseguito il più generale aggradimento. Così non solamente scrisse una seconda parte del Robinson Crosue[1] inferiore di gran lunga alla prima di questo inimitabile romanzo, ma mise un terzo banco-nota fondato su la popolarità che le precedenti due parti gli avevano acquistata, un’opera di genere mistico della quale Robinson parimente era l’eroe; opera che da vero sembrò il non plus ultra dello schiccherar libri: Serie riflessioni annesse alla vita di Robinson Crusoe con aggiunte la sua visione del mondo angelico. La totalità dell’opera è una unione di considerazioni sopra soggetti morali triti abbastanza, e benchè la vita solitaria di Robinson v’entri per qualche cosa, e vi si dia un’occhiata a traguardo alla sua memorabile isola, contiene del resto ben poche osservazioni che non fosse buono a farle un bottegaio di Charing-Cross. Così la più doviziosa sorgente di genio rimase esausta, e il più copioso fiume di invenzione inaridito e ridotto al suo fondigliuolo.

Oltre a queste tre specie di favole, in ciascuna delle quali Daniele di Foe apparve sempre un autore di fecondissima vena, la sua instancabile penna si volse ancora a soggetti filosofici, descrittivi, morali, ed a quanto concerneva l’economia della vita, la statistica e la storia. Scrisse i Viaggi nella Bretagna settentrionale e meridionale, ed una Storia della Chiesa di Scozia dalla ristorazione alla rivoluzione;

  1. Tutto ciò che è detto nella presente versione si riferisce alle avventure di Robinson, poichè fu partito la prima volta della sua isola.