Pagina:Copernico - Poemetto Astronomico.djvu/40

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(XXXIX.)




Sul mio capo scoppiar fulmini sacri;
Onde lo stesso dì, che a me fu porto
Mio ver Sistema, cui diè il torchio vita,
Baciai le carte a me dilette, e poi
830Per fuggire il furor di Roma irata
Morte pregai, che mi chiudesse gli occhj;
E Urania bella mi portò quà in Cielo.
Galilèo venne poi, Galilèo mio
Seguace illustre, e a lui toccò la sorte,
835E il duro fato, c’hio scampai morendo.
Nimico egli ebbe il Quirinale, e Urbano;
Fu in carcer chiuso di catene oppresso,
Autor, che meritava in Campidoglio
Il Trionfo, e l’allor dato a gli Eroi.
840Ma già passate son sì rie Venture,
E dolce cosa è rammentarle adesso:
Noi siam beati; e tu ben vedi come
La Terra ha un moto sul suo perno, e come
Rapidamente intorno al Sol s’aggira.
845E certo riderai mirando come
Nel suo girar seco strascina, e porta
Le scranne magistrali, e i Precettori
Ostinati a insegnar la Terra è ferma
Nel tempo stesso, che con essa vanno


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