Pagina:Gli amori pastorali di Dafni e Cloe.djvu/30

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ragionamento i. 19


guisa tra sè stesso vaneggiava: Oimè! che bacio è questo? che nuovo effetto farà egli in me? che cosa è questa, ch’io mi sento andar per la vita? Come è che le sue labbra siano più morbide che le rose? la sua bocca più dolce che ’l mele? e che ’l bacio sia così pungente, che più non trafigge un ago di pecchia? Io ho pur baciati di molti capretti, ho baciati assai cagnolini, baciai pure il lattonzolo che mi diede Dorcone, tante volte; non però io sentii mai tal cosa. Per certo il bacio della Cloe debbe essere d’altra maniera, che non sono gli altrui. Oimè! che gli spiriti mi tremano, il cor mi batte, l’anima mi si consuma, e pur desio di baciarla. Oh! mal conquistata vittoria, oh! nuova sorte di malattia, di cui non so pur dire il nome. Avrebbemi la Cloe con qualche suo incanto per avventura ammaliato? o come non sono io morto? Come esser può, che i lusignuoli cantino sì dolcemente, e che la mia sampogna si stia mutola? e che i capretti saltino e che io mi giaccia così neghittoso? che i fiori siano così vigorosi, e che io non tessa ghirlande? i giacinti cominciano ora a vigorire, e Dafni è già passo. Oimè, sarà mai che Dorcone le paia più bello di me? Queste, e simili cose pativa, e diceva il buon Dafni; e questo fu il primo saggio degli effetti e delli ragionamenti d’amore; nè però d’essere innamorati s’avvedevano. Ma Dorcone bifolco, della Cloe oltra modo invaghito, appostando Driante, che appresso d’una vite poneva una pianta, fattoglisi avanti con una sampogna nuziale gli presentò certi buoni caci, perciocché tenea seco amistà da quando egli era pastore, e per insino da quel tempo gli avea ragionato di voler la Cloe per moglie. Ora di nuovo pregandolo, e stringendolo perché seco la maritasse, gli proferiva secondo suo pari di molte gran cose: una pelle di toro per fare usatti, e ogn’anno del suo armento un giovenco; dalle cui promesse adescato Driante, fu tutto mosso di consentire: tuttavolta ripensando, che la fanciulla era degna di maggior sposo, e temendo non per gabbo cadere in un male, che non avesse rimedio, scusandosi, e ringraziandolo del suo dono, rifiutò l’offerte,