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| 172 | parte ii - capitolo ii |
«Quest’anima unica», diss’egli, «che vive come se non pensasse che alla vita futura nella quale non crede, è in errore, ma bisogna pur ammirarla come la più nobile, la più grande. È una cosa sublime!»
«Lei è certo, però, che quest’anima è in errore?»
«Oh sì sì!»
«Ma Lei, a quale delle Sue categorie appartiene?»
Il professore si credeva dei pochissimi che si regolano interamente secondo un’aspirazione alla vita futura; benché forse sarebbe stato imbarazzato a dimostrare che i suoi profondi studi su Raspail, il suo zelo nel preparare acqua sedativa e sigarette di canfora, il suo orrore dell’umidità e delle correnti d’aria significassero poca tenerezza per la vita presente. Però non volle rispondere, disse che non appartenendo a nessuna Chiesa, credeva tuttavia fermamente in Dio e nella vita futura e che non poteva giudicare il proprio modo di vivere.
Intanto Franco, annaffiando il giardinetto, aveva trovato fiorita una verbena nuova, e, posato l’annaffiatoio, era venuto sulla soglia della loggia e chiamava la Maria per fargliela vedere. La Maria si lasciava chiamare e voleva ancora «Missipipì», onde lo zio la posò a terra e la condusse lui al papà.
«Però, professore», disse Luisa uscendo con la parola viva da un corso occulto d’idee, «si può,