Pagina:Sotto il velame.djvu/40

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scrive o dice soltanto parole. Chè, per esempio, il timore da cui è preso Dante, quando è per abbandonarsi della venuta, non è se non la mancanza di quello spronare che bene ebbe di Silvio lo parente, sì che "sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno"[1]; ma che Dante non sentiva ancora ai fianchi del suo cavallo, cioè dell’appetito.

A ogni modo, se Virgilio, per un supposto, avesse incontrato Dante, mentre errava nella selva, qual parola crediamo noi che avrebbe usata per rimproverar Dante? non forse questa, che quì usa, di viltà? Chè invero la donna gentilissima, nel rimproverarlo in cima al santo monte, di quell’errore, non dice che quella dell’amico suo fosse viltà, ma viene a dirlo, quando gli domanda quali fosse avessero attraversata la sua via, sì che egli avesse disperato di passare. Se viltà era il suo dubitare avanti l’ alto passo, figuriamoci se non era avanti una fossa! Altro che lo spronare di Enea gli mancava! E conclude che Dante dice di sè che era, fin che fu nella selva, vile; anzi, poichè la paura fu tanta, vilissimo.

Ebbene Dante chiama, nel Convivio, vile colui "che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; e colui che l’ebbe, "non vile, ma vilissimo". II solo, dunque, fatto di non ben camminare e di tortire "per li pruni e per le ruine", e di non andare "alla parte dove dee", [2]merita, nel fiero stile di Dante, il nome di vile; e, se chi tortisce, è scorto, quello di vilissimo. E Dante prima che entrasse nella selva, era scorto. Beatrice afferma:[3]

  1. Conv. IV 26.
  2. Conv. IV 7.
  3. Purg. XXX 121 segg.