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SULLE FRONTIERE DEL FAR WEST 23


Il re dei cavalli selvaggi, il leggendario quadrupede degl’Indiani, si trovava dinanzi a me, stretto contro il tronco d’un noce nero da un gigantesco serpente.

Il mio primo pensiero era stato quello di uccidere il rettile a colpi di fucile, poi mi assalì il timore di ferire anche il cavallo, ed impegnai una lotta disperata col mio solo bowie-knife.

Il cavallo bianco, strano a narrarsi, non cercava più di fuggire, anzi, mentre io lottavo col mostro, cercava, di quando in quando, di lambirmi il viso.

Quando fu liberato, il suo primo movimento fu quello di disporsi a fuggire, poi gettò tre nitriti di gioia, e volgendosi verso di me abbassò la candida testa.

Tutto il suo istinto di selvatichezza era stato annichilito da un altro più potente: la riconoscenza.

Per parecchi minuti il magnifico animale mi caracollò intorno sempre nitrendo, poi parve invitarmi a salire.

M’aggrappai alla sua lunga criniera, balzai in groppa e partii con velocità spaventosa.

Nessun cavallo aveva mai galoppato come quello straordinario quadrupede. Le sue zampe pareva che non toccassero nemmeno le erbe della prateria.

Si sarebbe detto che possedeva un paio d’ali invisibili agli uomini.

La mia entrata nel campo degli Sioux fu trionfale. Il grande cavallo bianco, diventato improvvisamente domestico, aveva galoppato tranquillamente fra le file degl’Indiani, senza manifestare nessuna selvatichezza.

Moha-ti-Assah, il grande sakem della tribù, si avanzò finalmente verso di me e mi disse:

— Manitù ti ha protetto e la tua vita, d’ora innanzi, sarà per noi sacra. Tu sei mio figlio, perchè io avevo solennemente giurato, dinanzi all’Arca del Primo Uomo, che avrei concessa la mano di mia figlia solamente a colui che fosse riuscito a prendere il grande cavallo bianco. Yalla è tua: prendila.

— E vi sposò con qualche brutto muso d’indiana, — disse l’indian-agent, sorridendo.

— Yalla era una fanciulla bellissima, — rispose il colonnello. — Mai, prima di allora, avevo veduto fra le tribù indiane una così splendida creatura.

Disgraziatamente ella era rossa ed io bianco e l’odio istintivo non doveva tardare a scoppiare fra noi. D’altronde non avevo mai sognato di sposare una donna di colore diverso, feroce come tutti quelli della sua razza, che combatteva sempre in prima fila e che si mostrava, verso i prigionieri, d’una crudeltà inaudita.

Un giorno sentii pesarmi troppo la catena, ed ebbi troppa vergogna di essermi unito ad una nemica della nostra razza.