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26 la tempesta



nello spacco di un pino e dentro quelle
strette pareti dodici anni intieri
crudelmente restasti prigioniero.
E in questo tempo ella morì lasciando
te a gemere là dentro, con sospiri
più rapidi dei gemiti che fanno
le ruote di un molino. Allora questa
isola - se n’eccettui quel figlio
ch’ella avea partorito, un mostricciuolo
lentigginoso e degno di sua stirpe -
non era anco onorata da un’umana
forma.

                              Ariele.
       Sì, Calibano, il figlio suo.

                             Prospero.
È quel che dico, spirto mentecatto!
Ed è appunto quel Calibàn che tengo
al mio servizio. Tu sai bene in quali
tormenti ti trovai. Faceano urlare
i lupi le tue grida e i furiosi
orsi a pietà muovevano. Un tormento
di dannato. E non era più presente
Sicoràx per disfar l’opera sua.
Fu l’arte mia che ben costrinse il pino
a riaprirsi e ti lasciò partire
allorchè quivi giunto io ti sentii.