Pagina:Tre tribuni studiati da un alienista.djvu/48

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Fece distruggere tutte le armi dei nobili sui palazzi, sugli equipaggi e sulle bande, non dovendosi avere in Roma altra signoria che quella del Papa e la sua.

Ristabilì una tassa di 1 carlino e 4 denari per fuoco in ogni villa e città del distretto di Roma, e fu obbedito sino dalle comunità di Toscana, che potevano addurre pretesti per esimersene - ed i ricevitori non bastavano alla bisogna - e tutti i governatori (meno due) si sottomisero, e persino istituì una specie di giudice di pace, di conciliatori, anche per le questioni penali.

Fece anche di più. Immaginò, egli, primo, quanto nemmeno Dante aveva pensato: un’Italia che non fosse Guelfa, nè Ghibellina, con a capo il Comune di Roma, in cui, primo, in Italia, come il contemporaneo Marcel a Parigi, tentò di radunare (e non fu compreso che da 35 Comuni), un vero Parlamento nazionale [1].

Trasportato, infine, in Avignone seppe compiere la impresa che io credo maggiore di tutte l’altre; farsi, dopo tante opere e parole nemiche alla Corte papale, perdonare da coloro che non perdonano mai, i preti, e preti di quel secolo feroce ed implacabile, e farsi rimandare, benchè per poco, e benchè in posizione subalterna, ad un posto che avrebbe dovuto essere per essi la maggiore delle minacce [2].

  1. Vedi PAPENCORDT, Cola di Rienzo, 1844. — GREGOROVIUS, Storia della città di Roma, VI, p. 267.
  2. Vi contribuì l’opinione pubblica facendone, nella sua ignoranza, come dice il Petrarca, un gran poeta; e quelli, bisogna pur dirlo, erano tempi in cui si aveva un maggiore rispetto delle opinioni che non forse ai nostri. Chi più disse male dei tiranni italiani, romani in ispecie, di Dante e di Petrarca che furono loro ospiti! Chi senti mai che Dante, Petrarca fossero scomunicati per le invettive così fiere contro la Corte Pontificia! Forse anche in quei tempi barbari la letteratura era circoscritta fra così pochi che poco influiva nella grande politica (nè molto si pub dire vi contribuisca ora) e che la tolleranza poteva non essere altro che figlia di una giusta noncuranza — e anche di quella paurosa ammirazione che desta una cosa troppo rara.