Racconti sardi/Di Notte/I

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I.

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Di Notte Di Notte - II
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I.


P
otevano essere le undici quando la piccola Gabina si svegliò nel gran letto di legno della stanza di sopra, ove dormiva sempre con la sua mamma che le voleva tanto bene.

Ma quella notte la mamma non le stava allato. Perchè dunque non c’era? Per quanto Gabina stendesse le sue manine da tutte le parti del gran letto di legno non poteva trovare la sua mamma. Solo le lenzuola fredde come il vento, solo i guanciali di percalle rosso; null’altro!

Dove era dunque la mamma? Gabina si coricava e si levava sempre insieme a lei; mai s’era trovata sola in letto, così, nel gran letto freddo, nell’oscurità della notte spaventosa. [p. 12 modifica]

Quello era dunque un grande avvenimento per la piccina.

— Mamma... mamma... — chiamò con un fil di voce.

Ma nessuno rispose. Fuori urlava il rovaio e la pioggia si sbatteva fragorosamente contro i vetri della piccola finestra.

Senza di ciò Gabina si sarebbe forse riaddormentata, ma con quegli urli infernali, nella fonda oscurità della cameretta solitaria, le era assolutamente impossibile nonchè riprender sonno, calmarsi.

Temeva tutti i fantasmi immaginabili: la morte, i vampiri, il padre dei venti, le fate nere e l’orco, tutti... tutti...

— Mamma... mamma?... — ripetè a voce alta mettendosi a sedere sul letto — Mamma, mamma?...

Rimase così quasi un quarto d’ora, alzando sempre più la voce, abituandosi al buio e al fragore del vento.

E siccome la madre non rispondeva mai, Gabina pensò di vestirsi e scendere in cucina per cercarla. Veramente era la mamma a vestirla ogni mattina perchè a lei, così piccola, non riusciva ancora infilarsi il giubboncello nero dalle maniche strette; ma poco importava... purchè ritrovasse la gonnellina bastava. La lasciava sempre nella sedia ai pie’ del letto: dunque bisognava scendere per ritrovarla. [p. 13 modifica]

Scendere?... Scendere all’oscuro, a piedi nudi, con quella notte, scendere da letto, sola?.. Ci voleva proprio un gran coraggio, e Gabina, che tremava forte di freddo e di paura, esitò a lungo. Ma rimanere a letto senza la mamma non le conveniva! Il vento urlava ognor più fragoroso; fra poco sarebbe penetrato nella camera e avrebbe divorato la testa a Gabina... Dunque giù!

Scese e mandò un urlo. Il suo piedino aveva incontrato qualcosa di duro, di freddo, di deforme che certo non era il suolo di tavole levigate dal tempo...

Un rospo, un vampiro forse?

— Mamma mia... mamma mia!.. — gridò la piccina a squarciagola, cercando invano risalire sul letto; ma alla fine, visto che il vampiro non si muoveva e che la mamma continuava a non rispondere, si chinò e s’assicurò che quella era una scarpa vecchia uscita per caso da sotto il letto.

Un sorriso le sfiorò le labbra e quella prima avventura le infuse molto coraggio, sicchè, risoluta di non temer più nulla pei piedini, si avanzò appoggiandosi alla sponda del letto. Ma laggiù, non trovò punto la sedia con le sue vesti; cominciò a stizzirsi e a imprecare; perchè dovete sapere che non era un modello di educazione, e nominava con disinvoltura tutti i diavoli dell’inferno, come li udiva dal nonno, e dagli zii e un po’ anche dalla mamma. [p. 14 modifica]

— Dove diavolo dunque stavano le sue vesti? Se le aveva prese il demonio? Alla galera la notte e chi l’aveva inventata!....

Ma le scordò un momento e ricominciò a tremare così forte che i dentini pareva volessero spezzarsele.

In un intervallo silenzioso del vento e della pioggia aveva sentito strani rumori salire dalla cucina e voci umane più tetre e spaventose dei gridi della procella.

Che avveniva in cucina? Dio mio, Dio mio, e la mamma sua? C’erano forse i ladri o i diavoli? E il nonno e i zii mancavano da tre giorni e non c’era nessuno che potesse difendere la mamma, la povera mamma sua!... La curiosità si unì alla paura, e Gabina si rimise a cercare le sue gonnelline, urtando nelle sedie, su tutti i poveri mobili della camera oscura. Riuscì finalmente a trovarle e le indossò a stento, ma quando tutto pareva fatto un altro ostacolo si interpose al disegno della piccina.

La porta che dava sulla scala era chiusa a chiave dal di fuori, per quanti sforzi facesse non potè aprirla, e il silenzio orrendo della mamma continuò quando si rimise a chiamarla, scuotendo la porta con fracasso.

Ritornò verso il letto, disperata, e nascosto il volto fra le coltri in disordine si mise a piangere, ma a un tratto si ricordò che nella stanza attigua v’era un poggiolo di pietre, d’onde, per [p. 15 modifica]una scaletta esterna si scendeva al cortile, e sotto cui si apriva appunto la vecchia porta della cucina.

La pioggia e il vento continuavano, ma Gabina era decisa a tutto: entrò nella camera vicina, apri il poggiuolo e scese, sfidando l’acqua che veniva giù furiosa dal cielo basso di piombo, e il rovaio gelato che imperversava nella notte.

Tremava come una foglia, ma aveva completamente scordato i fantasmi e i vampiri. Un’angoscia indicibile le stringeva il cuoricino e un presentimento orribile, superiore alla sua età, le diceva che giù in cucina doveva accadere qualche cosa. Oh, quelle voci che aveva sentito!..

In un attimo fu sotto la scala, al coperto della pioggia, davanti alla porta della cucina. Anche questa era chiusa, ma Gabina non picchiò per farsela aprire, benchè vedesse il bagliore del fuoco acceso nel focolare, attraverso la grande fenditura che rigava dall’alto in basso la porta.

Si accoccolò per terra e applicò l’occhio sulla fenditura.

Non temeva più, ma non voleva punto entrare in cucina perchè la mamma l’avrebbe certamente picchiata.

Il nonno e gli zii — tre uomini alti, robusti, bruni, il cui costume consunto e sporco rivelava una misera esistenza di lavoro continuo e faticoso, i cui occhi cupi e profondi narravano la triste storia di anime ignoranti non avvilite dalla povertà, ma turbinate da passioni tetre, ardenti e [p. 16 modifica]dolorose, — erano tornati e stavano seduti intorno al focolare.

La mamma di Gabina, Simona, giovane, bella, di quella strana bellezza araba che si incontra in molte donne sarde, e che ricorda i saraceni dominatori e devastatori dell’isola nel IX e X secolo, rimaneva un po’ nell’ombra, seduta per terra, le mani incrociate sulle ginocchia, scalza e in maniche di camicia, larghe maniche all’orientale, strette sui polsi e increspate negli omeri eleganti.

Mai Gabina aveva visto sua madre così pallida e cupa, sua madre che pure era sempre smorta e triste in viso, mai aveva visto i suoi occhi neri brillare stranamente così.

Sotto il fazzoletto nero calato sulla fronte il volto di Simona assumeva tinte cadaveriche, i lineamenti finissimi e immobili stirati da una tetra e spaventosa serietà, gli occhi illuminati da un riflesso di odio e di angoscia.

Ma chi più attrasse l’attenzione di Gabina, e la costrinse a rimanersene fuori, fu la vista di un estraneo, seduto anch’esso vicino al focolare, legato solidamente con una corda di pelo alla vecchia sedia che ornava da sola la cucina, una sedia grossolana che restava sempre in un angolo, non toccata da nessuno, ma spesso guardata cupamente da Simona.

Gabina non aveva mai, prima d’allora veduto il volto dell’estraneo che pure indossava il [p. 17 modifica]costume del villaggio, e l’andava esaminando curiosamente, chiedendosi chi fosse e perchè fosse lì, legato, nel folto della notte.

Era un bell’uomo sulla quarantina, i capelli di un biondo rossastro ondeggianti sull’ampia fronte abbronzata, gli occhi grigi acutissimi, e con una magnifica barba rossa cadente sul petto.

Un’atroce espressione di spasimo gli sconvolgeva tutto il volto e sulla fronte gli brillavano, al riflesso del fuoco, grosse goccie di sudore, ma non era pallido come gli altri e specialmente come Simona.

Gabina certamente non percepì tutti questi particolari, ma comprese benissimo che là dentro, — nella cucina nera illuminata dal fuoco e da una specie di lampada a quattro becchi, di latta annerita dal fumo del lucignolo, posta sul forno e che andavasi spegnendo, — accadeva qualche cosa di misterioso, di straordinario; e incapace di darsi una qual siasi spiegazione, rimaneva muta, immobile dietro la porta, la fronte incastonata sulla fenditura, gli occhioni grigi, — che rassomigliavano assai a quelli dell’uomo legato alla sedia, — spalancati e avidi.

La piccina tremava di nuovo, — svanita la curiosità, la paura angosciosa di prima le gravava nuovamente sul cuore; e si domandava se tutto non fosse un brutto sogno.

Gelidi soffi di vento le percuotevano le spalle mal coperte; i suoi piedini, le sue mani, tutta la [p. 18 modifica]sua personcina oramai erano coperte di neve, e l’acqua che invadeva il cortile saliva, saliva, ingrossata sempre più dalla pioggia furiosa. Ben presto l’avrebbe costretta a fuggire od a farsi aprire la porta, ma lei non se ne accorgeva. Provava tanto freddo che sentiva una pazza voglia di piangere, eppure non si muoveva... Un nodo le serrava la gola, e più d’una volta dei singhiozzi aridi, spasmodici, le contorcevano le labbra rese livide dal freddo e dallo spavento.

Perchè ciò che vedeva, ciò che sentiva, era una scena così terribile che avrebbe atterrito qualunque uomo, nonchè lei, debole animuccia di appena nove anni...