2057 l'ultimo negoziato/I

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Un incidente sull’autostrada

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2057 l'ultimo negoziato II


La berlina corre veloce sull’autostrada, superando qualche autotreno, perforando i banchi di nebbia che una primavera capricciosa ha disteso al varco di un torrente o di un canale. L’uomo al volante, di cui calvizie e corpulenza tradiscono i sessant’anni, che la prestanza dissimula, guida assorto, indifferente alla musica che ha acceso, prendendo il volante, e di cui si è dimenticato. Al suo fianco e sul sedile posteriore dormono due compagni di viaggio, la corporatura atletica, sottolineata dalla tuta, abbandonata nel sonno. Seppure immersi nel torpore rispettano, al proprio fianco, lo spazio in cui hanno disposto le pistole mitragliatrici. Saltuariamente uno dei due emette rantoli rochi, più grugniti che espirazioni, confondendo le nitide note stereofoniche.

Interrompendo i propri pensieri l’uomo al volante illumina l’agenda elettronica, cerca un numero, compone sulla tastiera del radiotelefono la serie di prefissi che lo precedono. Passano lunghi istanti. “Hello...hello” pronuncia un’armoniosa voce femminile. L’uomo al telefono non risponde. “Hello...Who is speaking?” chiede la voce femminile tradendo appena l’impazienza. “A Sidney è ora di andare a letto -ride l’automobilista in un inglese tanto sicuro quanto inelegante-. Voglio sapere con chi vai a letto questa sera, e augurarti la più sincera buonanotte” “I vecchi maiali soffrono dell’idea che tutte le donne siano puttane. -risponde l’australiana nell’inglese più armonioso- Un maiale quale sei non mi meriterebbe. Ma io ti amo, e ti sono persino fedele. Mi corico semplicemente e castamente. Dentro di te lo sai.” “Lo so ma non mi importa, Shirley -risponde lui-, so solo che a pensare al tuo letto impazzisco. E tu sai che un giorno lascerò tutto per stare solo con te. E ti coprirò d’oro come l’imperatrice dell’India.”

La donna eccepisce che l’oro di un amante italiano è un miraggio che si rinnova senza prendere mai corpo. Lui si adonta e compone, con meticolosità, un elenco di gioielli e orologi donati, che sciorina citando carati e valore. “Ma le informazioni che ti ho passato dal ministero ti hanno fatto guadagnare milioni -eccepisce lei-, neppure un ladro sarebbe stato tanto avaro col suo informatore.” “Ma il posto che hai al ministero lo hai per le mie raccomandazioni: non saresti che una delle mille dattilografe, io ti ho spinto fino a farti diventare responsabile dello staff personale del segretario di stato.” Alla menzione del segretario di stato la voce della donna perde ogni dolcezza e si fa tagliente: “James Mellory è un signore di quelli veri -proclama-, solo la follia mi ha fatto preferire il letto e i regali di un affarista latino all’amore dell’ultimo vero erede della nobiltà inglese! La nobiltà vera, quella di Buckingam Palace! Ma te lo ho detto -ripete soave- tu sei un porco, io una stupida!” e interrompe la conversazione.

Scomparsi prefisso e numero telefonico, sullo schermo digitale riappaiono ora, data, temperatura e grado igrometrico. Sono le cinque e dieci del 15 aprile 2077, la temperatura è di nove gradi, l’umidità del novanta per cento. Divertito dalla conversazione l’uomo guida ancora per qualche chilometro, visto il segnale di una stazione di servizio rallenta e si ferma alla pompa della benzina. Appena l’auto si arresta i compagni di viaggio si ridestano e sfiorano le armi, riconosciuta la stazione distendono le braccia sbadigliando lungamente. L’uomo al volante apre la portiera, “Mangiamo qualcosa” dice ai compagni, si alza ed esce, seguito da uno dei due, la mitraglietta in braccio, mentre l’altro si occupa dell’auto e della benzina.

Seguito dall’angelo custode, Vico Strozzi, tale è il nome dell’automobilista, si addentra tra i banchetti che espongono fave fresche, i bracieri su cui abbrustoliscono costolette di agnello, cipolle e patate, le caldaie di bevande calde. Nella semioscurità appena rischiarata dai fuochi la piccola folla che popola la stazione appare più numerosa e più sinistra, gli occhi dei venditori mandano lampi, cui si accompagnano quelli dei braccialetti delle venditrici. Vedendo il signore vestito con eleganza tutti lo apostrofano, per vendergli le proprie delicatezze o per chiedergli un’elemosina.

Strozzi sceglie un banchetto: “Un panino con salsiccia, calda e che non puzzi di capra!- ordina al venditore dal viso siriano- Carlo, tu mangi? -si ricorda dei compagni- Ne vuoi portare uno ad Alberto? -chiede premuroso- Allora i panini sono tre, e non appestarli con la tua senape!” Mentre aspetta la confezione del manicaretto chiede tre caffé all’uomo col turbante che accudisce una grande cuccuma, sorbisce il caffé, ma il panino non lo soddisfa, e dopo un’occhiata significativa lo getta alla torma di bimbetti che lo seguono petulanti: “Vediamo chi è il più bravo. Hop!” Con un balzo da scimmia uno dei ragazzetti afferra a mezz’aria l’oggetto di bramosia e si perde, di corsa, nell’oscurità, inseguito dagli altri monelli vocianti.

Strozzi cerca la latrina, la trova, sepolta in un monte di immondizia, si dirige, per sostituirla, verso un drappello di capre legate attorno a un monticello di fieno. Soddisfatto il bisogno torna all’auto, comanda ad uno dei compagni di prendere il volante, il secondo si accomoda accanto al conduttore, lui si distende nel sedile posteriore e si addormenta. La grossa auto prosegue la corsa incrociando, nella luce dell’alba, una colonna di antiche corriere stipate, le imperiali cariche di arnesi, ceste e biciclette. Anche le campagne, dove un cencio di nebbia non le nasconde, si stanno animando: da una corriera simile a quelle in marcia, ferma a un crocicchio, scende una torma di uomini, donne e ragazzetti, attendono che l’autista, dall’imperiale, distribuisca vanghe e rastrelli, quindi si dirigono ai campi, tra i quali qualcuno apre i chiavistelli di una baracca di latta dove alloggia la motozappa, qualcuno, più povero, libera, da una grotticella, un asino.

Una traiettoria di luci rosse avverte il nuovo conducente dell’interruzione del traffico, l’uomo frena e arresta l’auto dietro un autotreno carico di sacchi di cemento. Trascorre qualche minuto, Strozzi viene sottratto al torpore del primo sonno: “Ma sei già fermo?” impreca. “Sai almeno cosa c’è?” chiede con un lamento iroso. L’autista dice che il traffico è interrotto, il padrone si rigira, tenta invano di riaddormentarsi, si alza, accende un sigaro, aspira qualche boccata, chiede ancora agli accompagnatori se abbiano capito di cosa si tratti. Al diniego scende dall’auto e, seguito da uno dei compagni, si dirige verso la testa della colonna.

Supera una decina di camion, qualche auto, tre veicoli militari e raggiunge una corriera posta di traverso sulla corsia, il muso adagiato sui rottami di un carretto, accanto ai quali giace un cavallino riverso, mentre una coperta distesa testimonia la morte di un uomo. Attorno ai rottami, alla carcassa e al cadavere i viaggiatori discutono animatamente con i contadini accorsi dai campi. Chiede ragguagli a un uomo dai tratti magrebini. “Il sottopassaggio è inondato -spiega costui-, qualcuno ha rotto la rete e tutti attraversano, anche i carri. Ma i fanali hanno abbagliato il cavallo, che si è fermato in mezzo alla corsia. Chi può muovere un cavallo abbagliato? Le corriere dovrebbero andare più piano, chi guida non pensa che c’é chi deve passare!”

Tutti aspettano, ora, un poliziotto, che qualcuno è andato a chiamare al borgo vicino. Nell’attesa i passeggeri estraggono da sporte e bagagli qualche pagnotta e qualche scatoletta, si siedono sul ciglio della strada e si dedicano alla colazione. Giungono i parenti del morto, le donne si abbandonano a grida laceranti, i fratelli considerano i rottami del carro per valutare la possibilità di ricostruirlo, un uomo dal lungo caffettano, probabilmente il macellaio del villaggio, si avvicina per acquistare la bestia morta, ma il prezzo che offre è tanto irrisorio da risultare offensivo: tra grida e gesti di sdegno i familiari lo scacciano dal teatro del lutto.

Il tempo passa, sulla corsia opposta il transito delle carovane dirette ai campi pare terminato, passa ancora qualche corriera, con grandi intervalli tra una e l’altra: dalla città tutti hanno raggiunto la particella sulla quale trascorreranno la giornata. Dalle auto che continuano ad accodarsi nuovi viaggiatori raggiungono il capannello, divenuto una piccola folla: tutti mangiano, conversano, attendono senza impazienza. Al crocchio delle familiari del morto si sono unite altre donne, che gridano, con tutti i polmoni, la propria partecipazione al dolore. Il macellaio ha avvicinato di nuovo i parenti per riproporre l’affare: la sua proposta non è più, evidentemente, l’offerta di un profittatore, e, per suggellare la vendita, compaiono anche tre tazzine di caffé caldo. La guardia municipale non arriva.

Strozzi guarda l’orologio, scruta con rancore la folla in attesa senza un segno d’impazienza, il primo incontro della mattina ormai è perduto, estrae il telefono dalla tasca e chiama l’amico con cui doveva incontrarsi, lo informa del contrattempo e rimanda l’appuntamento. Riposto l’apparecchio onora di una lunga sequela di bestemmie i condomini del Paradiso, sottovoce, attento a non farsi udire: sa che una folla di selvaggi musulmani può linciare, per una bestemmia, un uomo civile. Giunge, finalmente la guardia, che inizia a interrogare l’autista. I parenti, che hanno concluso il negozio del cavallo, si intromettono vocianti, solo a fatica il poliziotto riesce a quietarli e a riprendere l’interrogatorio.

Cessata la processione delle corriere, sulla corsia opposta non transita, ormai, che qualche auto e pochi camion. La mattina incerta si è convertita in giornata di pioggia, il vento agita cortine di gocce minute, pare dissolverle, le risospinge più fitte. Molti passeggeri sono tornati alle vetture, Strozzi, bagnato, non si decide a lasciare il teatro dell’incidente, incerto del tempo che quegli straccioni impegneranno nella farsa attorno ai rottami. Compreso che per il defunto non potranno ricevere nessun indennizzo, i familiari hanno investito di nuovo, con furia, la guardia municipale, sostenuti dalle proprie donne, che, lasciato illacrimato il morto, levano i propri strepiti attorno al rappresentante delle leggi stradali.

Strozzi guarda di nuovo l’orologio: se la commedia non si conclude mancherà anche all'appuntamento in ambasciata. Si avvicina alla guardia, fá segno di voler parlare, l’attimo di sorpresa libera il poliziotto dall'assedio e gli consente di raggiungerlo. Strozzi estrae dalla tasca un pacco di biglietti di banca e ne porge due: “Se si tolgono dai piedi e ci lasciano partire gli faccio un regalo. Prova a dirglielo.” La guardia spiega ai parenti che il viaggiatore offre un dono alla famiglia, purché liberino la strada. Adocchiato il pacco da cui i due biglietti sono stati tolti, i parenti raddoppiano i lamenti, gridando che la loro perdita è più grave, con un gesto imperioso Strozzi riprende il denaro dalle mani della guardia e si dirige all'auto. I parenti del morto lo seguono, lo fermano mescolando prepotenza e ossequio, tirandolo e piegandosi ai suoi piedi.

Interviene la guardia, preoccupata che il denaro passi nelle sue mani prima di scomparire nei caffettani dei parenti: estratto il manganello rompe l’assedio e ottiene la promessa di sgomberare la strada. Ma appena le sue mani lambiscono i biglietti di banca è l’autista della corriera a gettarsi ai piedi dell’uomo d’affari, gridando di avere avuto danni altrettanto gravi, e giurando che il veicolo non potrà partire se gli eredi del responsabile non risarciranno i suoi danni.

Ma, intascato il donativo, i parenti sono lestissimi a caricare il morto sul carro con cui il macellaio è venuto a prendere la carcassa, che parte onorata dalle stesse grida che accompagnano il padrone. Scomparsi i parenti i rottami del carretto si involano in un baleno, carpiti da cento mani bramose di una ruota o di un finimento. L’autostrada è libera, ma visto il parentado sottrarsi senza riconoscere le sue pretese, è l’autista, ora, a rivoltarsi per terra gridando la propria rovina, e giurando che il mezzo non è in grado di ripartire. I viaggiatori sono risaliti al loro posto, nella strada rimasta deserta Strozzi estrae un altro biglietto di banca e fa un cenno al compagno: “Carlo, digli che glielo chiediamo per favore!” Fedele al mandato, Carlo appende la mitraglietta alla spalla, solleva da terra, con una mano, l’ometto gemente, gli mette in mano il biglietto di banca, apre, con la mano libera, il portello della corriera e colloca l’autista al suo posto.

Non passa un minuto che il motore si avvia e il vecchio torpedone riprende la sua strada. La guardia municipale, orgogliosa della conclusione della vicenda, si volge al benefattore con la palese intenzione di baciargli la mano, l’altro si ritrae e si prostra in un inchino. Strozzi si dirige verso l’auto, camminando si accorge che piove e che la lunga pioggia lo ha infracidato, bestemmia, finalmente, ad alta voce, raggiunge la macchina, ordina all'autista di correre, e mentre la macchina parte, cerca, per sopire l’ira, di accendere un sigaro, scoprendo che la pioggia ha penetrato il vestito riducendo anche gli Avana in molli salsicciotti.

Sono le dieci quando, lasciata l’autostrada, l’auto imbocca la Salaria, sulla quale procede nella fiumana di carretti e motocarri, l’ingorgo è impenetrabile sul ponte dell’Aniene, in corrispondenza a un mercato filippino. Raggiunto viale Margherita, Strozzi comanda di voltare a destra, verso i Parioli, scruta le vetrine alla ricerca di un negozio di abiti, a Piazza Santiago del Cile ne scorge uno sufficientemente decoroso: gli ultimi abitanti bianchi dei Parioli godono del piacere di qualche negozio di gusto antico. Entra: il proprietario è europeo, compra il vestito, risale in auto, “Adesso all’Aldrovandi” comanda. Ai margini del giardino zoologico è rimasto l’albergo più lussuoso che la capitale offra agli uomini d’affari occidentali, entra, chiede il miglior appartamento disponibile, si concede il più rilassante dei bagni, si riveste, risale in auto, a mezzogiorno è in via Po, davanti ad una palazzina ricoperta d’edera. A lato del portone blindato, sotto una grande aquila campeggia una scritta: Repubblica turca di Germania.