Affronti e Confronti/II

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I III

II



Il party fu meraviglioso e proprio in quell’occasione una voce di ragazza giovane disse:

«Vieni, papà! Una delle due persone arrivate poco fa in albergo è non vedente come te».

Udite quelle parole, fui io a muovermi per primo, dirigendomi esattamente da dove proveniva quella voce, mentre lei spostava suo padre perché non mi venisse ad-dosso.

«Piacere, sono Enea».

«Io sono Annalisa Dondi, ma se vuole, può chiamarmi Lisa, questa è mia madre Laura, lui è mio padre Antonio, che tutti chiamano Tony».

Strinsi la mano a tutti e tre, anche Leandro era nel gruppo con loro, perché, nel momento in cui mi dirigevo verso Lisa aveva evitato che la travolgessi.

Poi, terminate le presentazioni e le strette di mano, i-niziai a parlare. «Signor Dondi, sono sicuro che passeremo parecchio tempo insieme, da quanto tempo è qui con la famiglia e quanto si tratterrà a Roma?».

«Qui non esiste nessun signor Dondi, io sono Tony e, se non ti dispiace, gradirei che ci dessimo tutti del tu, anche se io, forse, sono più vecchio di te».

«D’accordo, Tony, come vuoi».

«Bene, molto bene. Io vengo da un paese situato vicino a Brescia e starò qui fino al 30 di questo mese. Sono arrivato venerdì sera, tre giorni fa. A proposito, il mio cognome non ti dice nulla?». «Certo che sì, mi fa pensare alla famosa mostarda di Cremona e ad altri prodotti di quella marca». «Giusto. Io, però, te lo assicuro, non sono parente con loro, nemmeno alla lunga».

Poi intervenne la moglie Laura.

«Questo è proprio un bell’albergo, tra poco si mangia, esattamente all’una meno un quarto, vi troverete davvero bene. E voi, piuttosto, quanto tempo rimarrete qui?».

«Una decina di giorni», fece Leandro. «Ripartiremo mercoledì prossimo. A proposito, non vi ho ancora detto il mio cognome, Portici. E benché il mio cognome faccia pensare ad una zona di Napoli, io e tutta la mia famiglia siamo di qui».

Poi intervenne Lisa.

«Allora, staremo tutti insieme».

Accondiscesi di buon grado. Quindi se ne andarono. Erano le dodici e venti. Anch’io andai con Leandro in camera a sistemare le valigie.

La stanza era davvero confortevole, ben arredata, un armadio molto grande, due comodini, e tante altre attrezzature che avrei avuto il tempo di esplorare dopo pranzo.

Scendemmo alle dodici e trentotto. Qui fummo ricevuti dal direttore, il signor Giorgio Bardi, un uomo di sessantatre anni. Come mi fu detto più tardi, aveva ancora i genitori, il padre di 89 e la madre di 86 e, cosa assai sorprendente alla loro età, erano ancora autosufficienti.

Terminate le presentazioni con il resto della famiglia, ovvero sua moglie Anita ed i suoi due figli Armando e Clementina, fummo finalmente condotti in sala da pranzo. Tony chiese al direttore se potevamo sederci tutti insieme allo stesso tavolo. Il signor Bardi non se lo fece ripetere due volte e ci fece accomodare come gli avevamo chiesto di fare.

Prima ancora di sederci, mi accorsi che in sala da pranzo c’erano diversi altoparlanti che trasmettevano dell’ottima musica revival dedicata per lo più agli anni Settanta. Udii alcune note che mi erano familiari, proprio mentre eravamo seduti a tavola. Fu Leandro a rompere il silenzio. Disse: «A me questa musica non piace, ma la canzone che ha appena avuto inizio, pur non avendola mai ascoltata, mi ricorda il rock progressivo, di cui ho diversi cd e dischi in vinile. Non è, per caso, la PFM con Celebration?». «No», risposi io prontamente, «anche se come musica somiglia abbastanza. Questi sono i New Trolls. E adesso, ascoltiamola».

Rimanemmo tutti in silenzio, fino a che, la potente voce di Nico di Palo, pronunciò un nome, Annalisa. «Toh, ma guarda! Non sapevo ci fosse una canzone col mio nome. Ecco perché ci hai fatto rimanere in silenzio ad ascoltare».

«Esatto. Tu, forse, non eri ancora nata. Sai, io ho qua-rant’anni e questa canzone la ricordo perfettamente. Mi fa ricordare quando, nel 1970, mi trovavo a Rimini». «Io, invece, sono del 1979. Anzi, adesso che mi ci fai pensare, ricordo, quando avevo circa tre anni, di aver sentito una canzone del tipo Lisa se n’è andata via, o qualcosa del genere. La prima volta che la sentii mi misi a piangere, perché non volevo andar via da casa, come diceva la canzone».

«C’è anche un’altra canzone...».

Lei mi interruppe e disse:

«Sì, tu vuoi forse dire Lisa dagli occhi blu, di quel tale di cui non ricordo il nome».

Le risposi di sì, precisandole che quel tale si chiama Mario Tessuto. Intanto la musica continuava. Che strano! Tutte le canzoni trasmesse erano del 1970. Quando fu la volta di Lady Barbara, pensai ancora una volta a quell’anno, e a quel lontano soggiorno al mare, durante il quale veniva spesso trasmessa dalle radio. A un certo punto rimasi di sasso, perché udii la voce di Dominga con Dimmi cosa aspetti ancora. Non potei credere ai miei occhi, una canzone di Dominga che, a quel che mi risultava, non si riusciva a trovare da nessuna parte, neppure presso i più accaniti collezionisti.

«Che tempi» disse Laura.

«Già», fece lui, «a me non piacciono quelle canzoni moderne di oggi, queste sì, che erano canzoni!».

«Io», intervenne Lisa, «non le conosco tutte, ma sembrano belle, mi piacciono».

Poi dissi che io le ricordavo tutte, perché nel 1970 avevo sei anni.

Poi ci fu Tanto pe’ canta’ di Nino Manfredi. Tutti rimasero sbigottiti, poi, terminato il brano, Tony disse: «Sapete, nel 1970 Laura ed io ci siamo sposati. Era maggio. Abbiamo fatto il nostro viaggio di nozze di quindici giorni. Quindi ce ne siamo tornati a casa, ma verso fine luglio siamo venuti a Roma per tre settimane, a soggiornare proprio in questo albergo. Giorgio, il direttore, aveva ventinove anni, Clementina quattro, mentre Anita era incinta di Armando.

Io – chissà perché – avevo portato con me la chitarra, visto che a me piaceva suonare, e fra le canzoni che meglio mi riuscivano c’era, appunto, la famosa canzone di Manfredi che abbiamo appena ascoltato. Per la parte iniziale non c’erano problemi, perché la fischiavo al posto delle note strumentali. Laura ne rimaneva affascinata. Mi chiedeva di cantargliela di nuovo, e io da capo. Quelli dell’albergo ne rimanevano ammirati. Clementina tentava anche lei di cantarla, senza riuscirci, perché non sapeva le parole, emetteva degli strani versi, tipici dei bambini di quell’età. Al termine della vacanza, quando stavamo per andarcene, suo padre ha acceso il registratore e ha inciso su nastro la canzone, con la propria figlia che, durante il ritornello, emetteva quei simpatici gorgheggi per i quali ci divertivamo, attirando la simpatia del personale e dei clienti. Anzi, di registratori ne aveva due, così da poter avere due cassette con la stessa canzone, anche perché, all’epoca, non c’erano i duplicatori. I nonni – i genitori di Giorgio – si divertivano a sentire la nipotina cantare e gorgheggiare a quel modo. Poi, siamo ritornati qui fino al 1974, Clementina ormai grandicella aveva otto anni, i genitori le chiedevano se si fosse ricordata di quella volta in cui, a quattro anni, si divertiva a cantare quella canzone. Rispondeva di sì. Poi il nonno Alcide (questo è infatti il nome del padre di Giorgio) prese il 45 giri e glielo fece ascoltare, tanto che Clementina imparò le parole, la sua voce era intonata.

Anzi, dimenticavo di dirti che, tutte e due le volte, oltre ai due registratori, c’era anche una cinepresa con sonoro, così da poter filmare e, nello stesso tempo, registrare e riprodurre i suoni audio. Tieni conto che, come ti ho già detto, i duplicatori ancora non esistevano, eravamo pur sempre negli anni Settanta, ma una cinepresa come quella di Giorgio era un vero lusso. La signora Giusi (la moglie del signor Alcide) si divertiva da matti con la nipotina, tanto che quando a Clementina (Tina, per gli amici) le fu mostrato il filmato, si mise a ridere, perché ora sapeva la canzone a memoria, ma quei vagiti di cui ora ricordava, quasi le sembrarono cose che lei non aveva fatto. Da quel giorno sono trascorsi trent’anni, durante i quali non siamo mai più venuti. Io ho 58 anni, da tre mesi sono in pensione, prima facevo il centralinista a Brescia, mia moglie Laura ha lavorato cinque anni come infermiera, ma poi, con la nascita di Lisa (la nostra unica figlia che ormai ha venticinque anni), ha lasciato il lavoro, per dedicarsi alla famiglia. Laura ha cinquantasei anni. Lisa lavora in un grande centro commerciale come analista contabile. E tu?».

Gli raccontai del mio lavoro di centralinista, poi ci mettemmo a parlare dei centri commerciali di cui il mio amico Sergio è un accanito frequentatore. Dissi che, finché si trattava di cose economiche, o al massimo di un telefonino, i centri commerciali non mi sarebbero dispiaciuti, ma per articoli come televisori, impianti stereo e computer con tutti gli annessi e connessi, era meglio andare altrove.

Lisa intervenne.

«Beh, io ci lavoro e ti posso dire che bisogna saper scegliere ciò che si vuole. Sono stata io a procurare a mio padre il computer con i suoi accessori, ed anche il telefono cellulare! Per la sintesi vocale del computer, per quella del telefonino e per la barra Braille, ci siamo rivolti altrove. A proposito, hai il cellulare con la sintesi?».

«No, ma sono intenzionato a comprarlo. In compenso ho il computer».

Poi intervenne Laura.

«Tony dovrà imparare ad usarlo, perché possiede il computer solo da qualche mese».

«Scusate se interrompo», fece lui, «ma come mai sei qui in vacanza?».

«Mio marito è un curiosone».

«Beh, ora non posso dirtelo, ma, ti prometto, te lo dirò stasera».

Intanto la musica continuava, come pure la conversazione. Fra i brani musicali ci furono Una miniera e Una nuvola bianca, entrambi dei New Trolls, poi fu la volta di Viola di Celentano. «Non so se qualcuno ti ha detto il nome di questo albergo» disse Lisa. «Si chiama Hotel Belfiore, ed è a cinque stelle».

«Vedrai quante comodità», aggiunse Laura. «Fu aperto nel 1967 dal signor Alcide e dalla signora Giusi, che tra poco, credo, conoscerai».

«Io ho un quadernetto, dove annoto tutte le cose ed i ricordi più significativi ed importanti» esclamò Tony. «Fortunatamente ho buona memoria».

«Allora», riprese Laura, «per quanto riguarda la giornata di oggi puoi iniziare scrivendo: “Lunedì 6 settembre 2004: oggi, nel nostro terzo giorno di permanenza a Roma, ho conosciuto degli amici molto simpatici”. Per il resto, vai pure avanti tu».

I Dondi, infatti, erano arrivati la sera del 3, che era un venerdì.

«Aspetta a scrivere», intervenni, «puoi anche rinviare a domani, perché stasera dovrò ancora dirti il motivo per cui siamo venuti qui».

«Mah», fece lui molto perplesso, «chissà qual è questo motivo!».

«Non preoccuparti, te lo dirò. Ogni cosa a suo tempo».

Intanto il pranzo era finito. Erano le due meno venti.

Poi andammo nella sala bar a prendere un caffè, che Tony e Leandro vollero bere con un sorso di grappa. Poi fui fermato da una voce di donna che avevo già sentito.

«Sono Clementina, ma mi chiami pure Tina. Ora le dico gli orari di questo hotel. Ogni mattina può fare colazione dalle otto alle nove, in camera o nella sala da pranzo. Oggi avete pranzato all’una meno un quarto per via del cocktail party, ma di solito si pranza alle dodici e mezza, mentre la sera si cena alle sette. Se per caso qualcosa non andasse, me lo dica pure».

«D’accordo, signorina».

«Mi dia pure del tu». «E tu altrettanto. Anzi, gradirei che tutto il personale dell’albergo mi desse del tu. Il “lei” mi fa sentire troppo vecchio».

«D’accordo, come vuoi. Ti stavo spiegando quali sono gli orari di questo albergo. Inoltre, devi anche sapere che, alla fine del tuo soggiorno, ci sarà una festa di congedo, che spero si trasformi in un arrivederci alla prossima volta. Il tuo soggiorno verrà pagato dalla tua organizzazione o associa-zione. Comunque, tu non dovrai pagare nulla. Devo dire che sei davvero fortunato. Buona permanenza, Enea».

La ringraziai.

«Aspetta», mi disse, «ci sono altre persone che devi ancora conoscere. Questi sono i genitori di mio padre. Nonno Alcide e nonna Giusi. Lei, invece, è nonna Elide, la madre di mia madre, ma lei si fa chiamare Ida». Poi mi chiese come mai qualcuno avesse deciso di pagare quel soggiorno, al posto mio.

«Lo saprai stasera, dopo cena».

Poi aggiunsi:

«Tina, ora scusami, ma devo andare in camera. Ecco, sta arrivando Leandro». «D’accordo».

Poi, con tono gioioso dissi: «Ragazzi, a stasera».

E, mentre con l’ascensore (all’interno del quale c’erano anche i numeri in Braille) stavo salendo al secondo piano dissi:

«Leandro, hai preso la chiave?».

«Quale?».

«Come, quella della nostra camera».

«Non ce n’è bisogno, specialmente in questo hotel».

«Hai proprio voglia di prendermi in giro».

«No, guarda qua!».

Così dicendo mi porse una specie di simcard, quasi simile a quella che si inserisce nel cellulare. Allora mi ricordai che una sim, dotata di una combinazione numerica, può essere usata in sostituzione della chiave.

Entrammo in camera, uno stanzone enorme, quasi sproporzionato rispetto alle camere di albergo a cui ero abituato. Fra i vari accessori, vi erano anche un favoloso impianto stereo, un videoregistratore e un lettore dvd. Fui anche incuriosito da una specie di lettore dotato di una scanalatura ottica. C’era anche un tasto in Braille che ne indicava l’accensione, ma sentii solo un piccolo beep.

«Sarà difettoso» gli dissi.

«Strano», fece lui, «che in un hotel come questo ci sia qualcosa che non va».

«Aspetta un momento» gli replicai. «Dammi un attimo la sim».

Leandro me la porse e io la feci passare nell’apposita scanalatura, poi pigiai il bottone di accensione. Una voce elettronica, quasi simile alle sintesi vocali comunemente installate sui nostri computer mi lesse allora tutto ciò che riguardava l’albergo, con una minuziosa descrizione. Venni così a sapere che c’era anche un magnifico giardino. Poi la voce mi descrisse tutti i vari servizi interni e tutte le regole che vi si dovevano tenere. Poi – e questo fu incredibile – disse il mio nome e cognome, aggiungendo, addirittura, che per quella vacanza non avrei dovuto pagare nulla, tranne le spese sostenute al di fuori dall’albergo. Seppi, inoltre, che all’interno del suntuoso edificio, oltre alla sala caffè, vi era anche un bar tabacchi molto ben attrezzato, che fra le altre cose vendeva altri souvenir ad uso esclusivo dei clienti che in esso vi soggiornavano o vi avrebbero soggiornato.

Il sintetizzatore aveva appena finito di parlare quando, cinque minuti dopo, sentii squillare il citofono.

«Signor Galetti, c’è un taxi che la sta aspettando. Ho chiesto al conducente di trovarsi all’ingresso».

Era Anita, la moglie del direttore.

«Ma io non ho chiamato il taxi».

«Comunque, scenda giù».

Quando fui all’ingresso con Leandro, venne avanti il taxista, il quale, fra le altre cose, mi diede anche il suo numero di cellulare, perché, mi disse, sarebbe stato il mio autista per tutta la vacanza. A lui non dovevo nulla, perché già d’accordo con l’Unione, la quale, a sua volta, lo fu con la Rai.

«Adesso, andremo all’Unione».

Durante il viaggio mi disse che si sarebbe trattenuto con me anche tra un trasferimento e l’altro. Il taxista, naturalmente, sapeva anche della mia imminente intervista.