Alice nel Paese delle meraviglie/III

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Corsa scompigliata
Racconto con la coda

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Corsa scompigliata
Racconto con la coda
II IV


L’assemblea che si raccolse sulla riva era molto bizzarra. Figurarsi, gli uccelli avevano le penne inzuppate, e gli altri animali, col pelo incollato ai corpi, grondavano tutti acqua tristi e melanconici. Nessun testo alternativo La prima questione, messa sul tappeto, fu naturalmente il mezzo per asciugarsi: si consultarono tutti, e Alice dopo poco si mise a parlar familiarmente con loro, come se li conoscesse da un secolo uno per uno. Discusse lungamente col Lori, ma tosto costui le mostrò un viso accigliato, dicendo perentoriamente: — Son più vecchio di te, perciò ne so più di te; — ma Alice non volle convenirne se prima non le avesse detto quanti anni aveva. Il Lori non volle dirglielo, e la loro conversazione fu troncata. Il Topo, che sembrava persona d’una certa autorità fra loro, gridò: — Si seggano, signori, e mi ascoltino! In pochi momenti seccherò tutti! — Tutti sedettero in giro al Topo. Alice si mise a guardare con una certa ansia, convinta che se non si fosse rasciugata presto, si sarebbe beccato un catarro coi fiocchi. Nessun testo alternativo — Ehm! — disse il Topo, con accento autorevole, — siete tutti all’ordine? Questa domanda è bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, per piacere! Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu subito sottomesso dagli inglesi... — Uuff! — fece il Lori con un brivido. — Scusa! — disse il Topo con cipiglio, ma con molta cortesia: — Dicevi qualche cosa? — Niente affatto! — rispose in fretta il Lori. — M’era parso di sì — soggiunse il Topo. — Continuo: Edwin e Morcar, i conti di Mercia e Northumbria, si dichiararono per lui; e anche, Stigand, il patriottico arcivescovo di Canterbury, trovò che... — Che cosa? — disse l’anitra. Trovo che — replicò vivamente il Topo — tu sai che significa "che?" Significa una cosa, quando trovo qualche cosa? — rispose l’Anitra; — un ranocchio o un verme. Si tratta di sapere che cosa trovò l’arcivescovo di Canterbury. Il Topo non le badò e continuò: — Trovò che era opportuno andare con Edgar Antheling incontro a Guglielmo per offrirgli la corona. In principio Guglielmo usò moderazione; ma l’insolenza dei Normanni... Ebbene, cara, come stai ora? — disse rivolto ad Alice. — Bagnata come un pulcino, — rispose Alice afflitta, — mi sembra che il tuo racconto secchi, ma non asciughi affatto. — In questo caso, — disse il Dronte in tono solenne, levandosi in piedi, — propongo che l’assemblea si aggiorni per l’adozione di rimedi più energici... Ma parla italiano! — esclamò l’Aquilotto. — Non capisco neppur la metà di quei tuoi paroloni, e forse tu stesso non ne capisci un’acca. — L’Aquilotto chinò la testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli si misero a sghignazzare sinceramente. — Volevo dire, — continuò il Dronte, offeso, — che il miglior modo di asciugarsi sarebbe di fare una corsa scompigliata. — Che è la corsa scompigliata? — domandò Alice. Non le premeva molto di saperlo, ma il Dronte taceva come se qualcheduno dovesse parlare, mentre nessuno sembrava disposto ad aprire bocca o becco. — Ecco, — disse il Dronte, — il miglior modo di spiegarla è farla. — (E siccome vi potrebbe venire in mente di provare questa corsa in qualche giorno d’inverno, vi dirò come la diresse il Dronte.) Prima tracciò la linea dello steccato, una specie di circolo, (— che la forma sia esatta o no, non importa, — disse) e poi tutta la brigata entrò nello steccato disponendosi in questo o in quel punto. Non si udì: — Uno, due tre... via! ’ma tutti cominciarono a correre a piacere; e si fermarono quando vollero, di modo che non si seppe quando la corsa fosse terminata. A ogni modo, dopo che ebbero corso una mezz’ora o quasi, e si sentirono tutti bene asciugati, il Dronte esclamò: — La corsa è finita! — e tutti lo circondarono anelanti domandando: — Ma chi ha vinto? Per il Dronte non era facile rispondere, perciò sedette e restò a lungo con un dito appoggiato alla fronte (tale e quale si rappresenta Shakespeare nei ritratti), mentre gli altri tacevano. Finalmente il Dronte disse: — Tutti hanno vinto e tutti debbono essere premiati. —. Ma chi distribuirà i premi? — replicò un coro di voci. — Lei, s’intende! — disse il Dronte, indicando con un dito Alice. E tutti le si affollarono intorno; gridando confusamente: — I premi! i premi! Alice non sapeva che fare, e nella disperazione si cacciò le mani in tasca, e ne cavò una scatola di confetti (per buona sorte non v’era entrata l’acqua,) e li distribuì in giro. Ce n’era appunto uno per ciascuno. — Ma dovrebbe esser premiata anche lei, — disse il Topo. Naturalmente, — soggiunse gravemente il Dronte; — Che altro hai in tasca? — chiese ad Alice. — Un ditale, rispose mestamente la fanciulla. Dài qui, — replicò il Dronte. E tutti l’accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravità le offriva il ditale, dicendo: — La preghiamo di accettare quest’elegante ditale; — e tutti applaudirono a quel breve discorso. Bisognava ora mangiare i confetti; cosa che cagionò un po’ di rumore e di confusione, perchè gli uccelli grandi si lagnavano che non avevano potuto assaporarli, e i piccoli, avendoli inghiottiti d’un colpo, corsero il rischio di strozzarsi e si dovè picchiarli sulla schiena. Ma anche questo finì, e sedettero in circolo pregando il Topo di dire qualche altra cosa. — Ricordati che mi hai promesso di narrarmi la tua storia, — disse Alice, — e la ragione per cui tu odii i G. e i C., — soggiunse sommessamente, temendo di offenderlo di nuovo. — La mia storia è lunga e triste e con la coda! — rispose il Topo, sospirando. — Certo è una coda lunga, — disse Alice, guardando con meraviglia la coda del topo, — ma perchè la chiami trista? — E continuò a pensarci impacciata, mentre il Topo parlava. Così l’idea che ella si fece di quella storia con la coda fu press’a poco questa:


      Furietta disse
    al Topo
  che avea
sorpreso
  in casa:
    Andiamo
      in tribunale;
        per farti
          processare
        Non voglio
      le tue scuse,
    o Topo
  scellerato.
    Quest’oggi
      non ho niente
        nel mio villin
          da fare. —
        Disse a
      Furietta
    il Topo:
            Ma come
              andare
                in Corte?
                  Senza giurati
                    e giudici
                  Sarebbe
                una vendetta!
              Sarò giurato
            e giudice,
              rispose
                Furietta,
                  E passerò
                    soffiando
                  la tua
                sentenza
              a morte.

Tu non stai attenta! — disse il Topo ad Alice severamente. — A che cosa pensi? — Scusami, — rispose umilmente Alice: — sei giunto alla quinta vertebra della coda, non è vero? — No, do...po, — riprese il Topo irato, scandendo le sillabe. — C’è un nodo? — esclamò Alice sempre pronta e servizievole, e guardandosi intorno. — Ti aiuterò a scioglierlo! — Niente affatto! — rispose il Topo, levandosi e facendo l’atto di andarsene. Tu m’insulti dicendo tali sciocchezze! — Ma, no! — disse Alice con umiltà. — Tu t’offendi con facilità! Per tutta risposta il Topo si mise a borbottare. — Per piacere, ritorna e finisci il tuo racconto! — gridò Alice; e tutti gli altri s’unirono in coro: — Via finisci il racconto! — Ma il Topo crollò il capo con un moto d’impazienza, e affrettò il passo. — Peccato che non sia rimasto! — disse sospirando il Lori; appena il Topo si fu dileguato. Un vecchio granchio colse quell’occasione per dire alla sua piccina: — Amor mio, ti serva di lezione, e bada di non adirarti mai! — Papà, — disse la piccina sdegnosa, — tu stancheresti anche la pazienza d’un’ostrica! — Ah, se Dina fosse qui! — disse Alice parlando ad alta voce, ma senza rivolgersi particolarmente a nessuno. — Lo riporterebbe indietro subito! — Scusa la domanda, chi è Dina? — domando il Lori. Alice rispose sollecitamente sempre pronta a parlare del suo animale prediletto: — La mia gatta. Fa prodigi, quando caccia i topi! E se la vedessi correr dietro gli uccelli! Un uccellino lo fa sparire in un boccone. Questo discorso produsse una grande impressione nell’assemblea. Alcuni uccelli spiccarono immediatamente il volo: una vecchia gazza si avviluppò ben bene dicendo: — è tempo di tornare a casa; l’aria notturna mi fa male alla gola! — Un canarino chiamò con voce tremula tutti i suoi piccini. — Via, via cari miei! È tempo di andare a letto! — Ciascuno trovò un pretesto per andarsene, e Alice rimase sola. "Non dovevo nominare Dina! — disse malinconicamente tra sè. — Pare che quaggiù nessuno le voglia bene; ed è la migliore gatta del mondo! Oh, cara Dina, chi sa se ti rivedrò mai più!" E la povera Alice ricominciò a piangere, perchè si sentiva soletta e sconsolata. Ma alcuni momenti dopo avvertì di nuovo uno scalpiccio in lontananza, e guardò fissamente nella speranza che il Topo, dopo averci ripensato, tornasse per finire il suo racconto.