Andrea Doria/La Vita/11

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La Vita
Capitolo 11

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Numerosi elementi costituirono la giustificazione del re di Francia nel muovere ancora in guerra nel 1542 contro l’Imperatore, ma il principale fu ancora una volta il ducato di Milano richiesto e non ottenuto per il figlio. Di tali elementi fa parte anche l’uccisione dei due messi reali inviati a trattare con Venezia: gli agenti diplomatici Antonio Rincon di cui già abbiamo fatto cenno, e Cesare Fregoso, genovese, pugnalati da gente mascherata, sulle rive del Po. Francesco I ne incolpò - almeno come ispiratore - il marchese del Vasto, ma questi rifiutò sdegnosamente la gravosa paternità del delitto.

Nella nuova guerra, il Re tentò una diversa strategia; cinque eserciti marciarono in cinque diverse direzioni: Lussemburgo, Brabante, Paesi Bassi, Rossillon, Piemonte. Ma il frazionamento degli obiettivi, è sempre stato un errore, una debolezza: e anche quella volta i grandi sforzi fatti non furono coronati da risultati utili

Più potente di tutti, e perciò più minaccioso era l’esercito comandato dal Delfino, al quale anche il Re si era unito, che marciò sul Rossillon, ossia sul tratto di confine pirenaico verso il Mediterraneo, territorio francese assai florido, tenuto dagli spagnoli. L’azione, dati i mezzi di cui disponeva il Delfino, avrebbe ottenuto il suo scopo, ossia la conquista di Perpignano, se l’esercito non avesse perduto gran tempo a saccheggiare città e castelli, dando così la possibilità agli spagnoli di armare la città in modo rilevante, mettendola in condizione di resistere a lungo. A tale opera di rafforzamento contribuì validamente Giannettino Doria che, per ordine del Principe, eseguì con tale rapidità il trasporto di sessanta cannoni con le relative munizioni da Cartagena, che Perpignano fu pronta prima ancora che l’esercito francese fosse giunto in vista. Questo salvò Perpignano, poiché le permise di resistere fino all’arrivo dei soccorsi, e raggiunse lo scopo importantissimo di far sì che il nemico - per l’inverno incombente, e per la minaccia dei soccorsi già vicini - abbandonò l’impresa.

Nel febbraio 1543 Carlo V - dopo aver invano cercato alleanza presso il Pontefice che, mal vedendo quelle lotte fra i due sovrani cattolici, gliela rifiutò - strinse un patto di alleanza con Enrico VIII d’Inghilterra, nel quale era precisato che, per staccare Francesco I dalla sua alleanza col Turco, i due eserciti inglese e spagnolo avrebbero contemporaneamente invaso la Francia. Per mantenere fede a tale patto, l’Imperatore si recò in Germania, onde iniziare l’attacco dai Paesi Bassi, cosa che poi fece, sottomettendo molte terre, e assediando, nell’ottobre 1543, la città di Landrécy.

L’avanzata dell’esercito del Delfino fece pensare ad uno scontro decisivo, ma all’ultimo momento entrambi gli eserciti si ritirarono nei quartieri invernali, e battaglia non ci fu. Certamente l’uno e l’altro avversario pensarono che le battaglie campali sono pericolose per le sorti di una intera campagna e talora anche di una intera guerra, e preferirono rinunciare.

Durante il viaggio dalla Spagna alla Germania Carlo V si era trattenuto a Genova ospite - per l’ultima volta - del Principe, e aveva avuto importanti colloqui a Busseto col Pontefice che avrebbe voluto risolvere la questione del ducato di Milano, affidandolo al duca Ottavio Farnese, parente di entrambi: ma la proposta non ebbe favore presso il sovrano spagnolo. Altri colloqui aveva poi avuto col duca Cosimo de’ Medici, al quale aveva garantito maggior aiuto politico e militare, dietro versamento di 150.000 ducati: le spese per le guerre erano enormi, e il più gran pensiero di Carlo V fu, durante quegli anni tormentati, la ricerca del modo per farvi fronte.

Sulla fine della primavera, Andrea Doria venne a conoscenza che l’armata turca del Barbarossa, alleata dei francesi, stava in navigazione nell’Egeo e nell’Jonio, per venire a combattere nel mar di Spagna. Senza perdere tempo, con ventisei galee, egli si diresse a Barcellona, per essere pronto ad accorrere e, se necessario, ad affrontarla. Ma il Barbarossa, tenendosi al largo, giunse verso la metà di luglio a Tolone per unirsi con l’armata francese del conte d’Enghien che, per trarre in inganno i nemici, aveva inalberato sulla sua nave ammiraglia la bandiera turca.

Le due armate così riunite si disposero subito ad attaccare Nizza, nel cui castello si trovava anche il duca di Savoia. La città, occupata in breve, fu distrutta prima dai cannoni, e poi saccheggiata in modo barbarico dagli occupanti. Il castello invece resisté a lungo, e permise così al marchese del Vasto di radunare un buon esercito a Villafranca, per contrattaccare gli assedianti. Cospicuo merito per quest’azione deve farsi risalire al Principe, che infaticabilmente navigò da Albenga a Villafranca, per traghettare gli uomini e le artiglierie del marchese.

Dinanzi al nuovo pericolo, il conte d’Enghien e il Barbarossa rinunciarono a proseguire l’assedio, e diedero ordini per il ritorno alla base di Tolone: ma il Principe, con sicura azione, riuscì a catturare alcune navi, in tre delle quali trovò prigionieri oltre trecento bambini e bambine cristiani che dovevano essere offerti come schiavi al Sultano.